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Il feudalesimo: riassunto A cura di Francesco Forlin
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Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Storia Dei Secoli. Antico e moderno: cultura, arte, pittura, scultura, mitologia, musei, disegno, libri, poesia, fotografia, modelli, collezioni, mode
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MessaggioInviato: Mar Ago 22, 2006 5:35 am    Oggetto: Important La sconfitta dei Feudi nella guerra di Crimea (1856)
Descrizione: La fine dei combattimenti e la pace di Parigi
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La sconfitta dei Feudi nella guerra di Crimea (1856)

Introduzione
Il conflitto che, dal 1853 al 1856, oppone l’Impero russo a una coalizione formata da Francia, Inghilterra, Turchia e Regno di Sardegna è, dal punto di vista geopolitico, uno scontro regionale per il possesso di limitate porzioni di territorio. La sua importanza tuttavia dipende non solo dall’ingente tributo di sangue che, in relazione alle altre guerre dell’epoca, ha finito per esigere, ma anche dalle sue conseguenze politiche sia in generale a livello europeo sia per quanto riguarda il processo che condurrà all’Unità d’Italia 1.

Gli schieramenti e la dichiarazione di guerra
Il casus belli, capace di contrapporre tra loro le maggiori potenze europee (che non si affrontavano direttamente dalla fine delle guerre napoleoniche), risponde a ragioni di prestigio e, in particolare, alla necessità di Francia e Russia di mostrarsi, all’interno come all’esterno, come i campioni della difesa del cristianesimo. Lo scontro tra Napoleone III e lo zar Nicola I inizia come una disputa tra monaci cattolici da una parte e ortodossi dall’altra per il controllo e la gestione dei luoghi santi della cristianità in Palestina (quindi sul territorio dell’Impero Ottomano). Entrambi i sovrani hanno bisogno di rassicurare le rispettive opinioni pubbliche interne, in particolare le componenti religiose, ed iniziano una prova di forza destinata a concludersi nel 1852 quando una flotta francese, minacciando direttamente il Sultano, costringe quest’ultimo ad acconsentire in toto alle richieste del gabinetto di Parigi. In risposta ad un simile gesto, le truppe zariste invadono i principati danubiani di Moldavia e Valacchia, sudditi della Sublime Porta, aprendo definitivamente la strada alla crisi internazionale, destinata a coinvolgere rapidamente le altre potenze del continente. Da un lato l’Inghilterra interviene subito in sostegno di Napoleone III mentre dall’altro Austria e Prussia (sul cui appoggio conta, evidentemente, Nicola I) assumono un atteggiamento ondivago e dilatorio evitando di partecipare alla disputa 2. La prima vittima del conflitto, dunque, è la Santa Alleanza e l’unione tra le forze legittimiste nata al congresso di Vienna. Francia e Inghilterra reagiscono all’invasione russa inviando le proprie flotte a Costantinopoli e il Sultano, sentendosi protetto dai due imperi occidentali, rompe gli indugi e dichiara guerra alla corte di Pietroburgo.

Una “crociata russa” o una guerra dettata da ragioni economiche?
Se le ragioni di prestigio e di difesa della fede costituiscono la ragione episodica dello scoppio delle ostilità, esse non servono tuttavia a spiegare come mai una questione tutto sommato secondaria abbia portato a un conflitto di queste dimensioni né, soprattutto, perché una potenza come l’Inghilterra - certamente non interessata alla difesa ed al controllo dei luoghi santi - abbia deciso di prendere le armi contro l’Impero Russo. Altre ragioni infatti, e ben più prosaiche della supremazia nella difesa della fede, muovono tutte le cancellerie: l’Impero Ottomano è vastissimo ma in profonda decadenza politica e militare, tanto che nelle cancellerie europee ci si riferisce a esso - con un’espressione forse esagerata - come “il grande malato”. La Russia vuole approfittare di questa situazione e, col pretesto dei luoghi santi, vuole ottenere una sorta di protettorato sul governo del Sultano, il che le garantirebbe un definitivo controllo sul Bosforo e sui Dardanelli e l’accesso al Mediterraneo, secolare ambizione dell’impero zarista 3. Per ragioni esattamente simmetriche, Francia e Inghilterra non vogliono rinunciare al controllo che già riescono a esercitare sulla Sublime Porta e, soprattutto, non vogliono un nuovo concorrente nella gestione dei traffici mediterranei. Napoleone III, d’altro canto, oltre alla necessità di garantirsi il favore dei cattolici francesi per il sistema plebiscitario che lo mantiene al potere, reputa che una breve spedizione vittoriosa in Oriente aumenterebbe il prestigio di cui gode: il ministero francese quindi non si adopera quindi particolarmente per evitare il conflitto.

Le operazioni militari
Le primissime fasi della guerra tra le potenze si svolgono in uno scenario geograficamente lontano dalla penisola di Crimea. Infatti le forze russe entrano in Moldavia e Valacchia minacciando anche la Bulgaria settentrionale (anch’essa provincia ottomana) mentre le flotte alleate, dopo aver rassicurato il governo ottomano con la loro presenza sul Bosforo, entrano nel Mar di Marmara nel gennaio 1854. All’offensiva militare si accompagna quella politica e i gabinetti di Francia e Inghilterra intavolano trattative multilaterali con Austria, Prussia e Svezia per una coalizione in grado di limitare le pretese di espansione marittima di San Pietroburgo. La partecipazione asburgica a tali incontri è particolarmente importante poiché la pressione esercitata dall’Austria induce lo stato maggiore russo a decidere di abbandonare completamente lo scacchiere balcanico per limitare il proprio campo di operazioni alla penisola di Crimea, destinata a essere il teatro principale del conflitto che ne prenderà il nome 4.
Sarebbe tuttavia un errore pensare che la ritirata russa sia determinata unicamente dal “tradimento” austriaco poiché, ancora una volta, le ragioni dell’arresto dell’iniziale aggressività zarista sono da ricercarsi nelle differenze tecnologiche e di sviluppo militare tra i due contendenti. La flotta zarista infatti, benché oggetto di gran parte del bilancio militare dell’impero, è ancora costituita di pesanti velieri in legno, mentre le flotte alleate sono quelle dei due più grandi imperi coloniali dell’epoca e possono vantare non solo navi a vapore, ma anche i primi prototipi di corazzate, con lastre di ferro a proteggere gli scafi durante i combattimenti. Anche per quanto riguarda le armi da fuoco l’esercito russo si trova in netto svantaggio, con cannoni a canna liscia e vecchi fucili ad avancarica, contro i dispositivi molto più moderni dei nemici. Sul piano logistico, infine, lo stato maggiore zarista si trova a gestire un esercito dislocato sull’enorme estensione dell’impero, senza che una rete ferroviaria efficiente possa trasportare le truppe e senza poter usare il telegrafo per le comunicazioni 5.

Dati questi fattori, appare evidente che, dopo una prima fase “aggressiva” (durante la quale Nicola I sperava che il Sultano sarebbe giunto a più miti consigli prima dell’intervento di Londra e Parigi), la Russia possa sperare solo in una guerra di posizione, schierando le proprie forze a difesa della Crimea. Il compito è, ovviamente, reso più difficile dalle forze anglofrancesi che, sfruttando appunto la maggiore velocità delle proprie flotte, attaccano le città costiere russe sul Baltico, sul Mar Bianco e perfino sul Pacifico, impedendo allo stato maggiore nemico di concentrare tutte le proprie forze su un solo fronte. A partire dall’estate 1854, la strategia degli alleati prevede uno sbarco in Crimea per puntare ai numerosi depositi militari russi presenti nella penisola, attaccando in seguito le unità navali del Mar Nero. I primi 50.000 soldati alleati giungono in vista di Sebastopoli, la grande fortezza russa della zona, tra l’aprile e il maggio del 1854. Più che i combattimenti e le operazioni d’assedio, a falcidiare le fila degli attaccanti è un’epidemia di colera che, secondo alcuni calcoli, avrebbe ucciso circa il 30% dell’intero contingente occidentale.

L’entrata in guerra del Regno di Sardegna
L’alleanza diplomatica tra Francia e Austria, che aveva preso forma nei mesi iniziali della guerra, aveva profondamente preoccupato Camillo Benso Conte di Cavour che contava proprio sull’aiuto di Napoleone III per l’espansione del regno nella pianura padana ai danni dei possedimenti asburgici. Sia la Francia sia l’Inghilterra, inoltre, avevano rassicurato Vienna sul fatto che non avrebbero consentito alcun colpo di mano dell’esercito sardo in Lombardia mentre le truppe austriache erano occupate in Valacchia e Moldavia. Per rompere questo pericoloso asse diplomatico e per presentare la questione italiana in un consesso internazionale vantaggioso, Cavour decide di entrare direttamente in guerra al fianco degli alleati, nonostante l’opposizione di un’opinione pubblica contraria a un’avventura militare completamente estranea agli interessi sabaudi. L’intervento sardo, oltretutto, è direttamente sollecitato dal governo di Londra, segretamente preoccupato dell’impegno francese in Crimea e delle conseguenti pretese che Napoleone III avrebbe potuto accampare una volta al tavolo delle trattative di pace. Il corpo di spedizione di bersaglieri 6 inviati dal governo di Torino arriva dunque in Crimea nel maggio 1855 guidato dal generale Alfonso La Marmora. La Marmora porta con sé il fratello Alessandro, creatore del nuovo corpo mobile dell’esercito sabaudo, destinato a morire di colera appena giunto in vista di Sebastopoli.

La fine dei combattimenti e la pace di Parigi
Le truppe inglesi, francesi e sarde non riescono a fiaccare la resistenza russa nemmeno dopo la caduta di Sebastopoli, che aveva resistito all’assedio per ben trecentottantanove giorni. Si viene così a creare una situazione di stallo in cui l’esercito dello zar, pur non essendo sconfitto, non riesce a passare al contrattacco mentre i suoi nemici, pur in posizione di vantaggio, non riescono a sferrare l’attacco finale perché fiaccati dalla disorganizzazione e dalle malattie. Lo stesso sovrano russo trova la morte a seguito di una polmonite, degenerazione di un raffreddore preso e non curato mentre seguiva le operazioni delle proprie truppe in Crimea. A sbloccare la situazione facendo definitivamente crollare la resistenza russa sono due eventi concomitanti: l’ultimatum dell’Austria, che minaccia di scendere in guerra al fianco degli alleati e, contemporaneamente, una serie di rivolte contadine in tutto l’Impero russo, provocate dall’esasperazione per lo sforzo bellico e per la leva obbligatoria.

Tocca quindi al nuovo zar, Alessandro II, chiedere la resa e partecipare ai colloqui di pace tra le potenze a Parigi nel febbraio 1856. Tanto l’Inghilterra che l’Austria chiedono delle condizioni particolarmente punitive nei confronti della Russia: la prima pretende il distacco del Caucaso dall’Impero ed il divieto di possedere una flotta militare sia nel Baltico che nel Mar Nero, la seconda domanda che le siano cedute la Valacchia, la Moldavia e la Bessarabia meridionale. A prevalere è tuttavia la linea del governo francese, portata avanti dal ministro degli affari esteri Alexandre Walewski[/fn]Figlio naturale di Napoleone Bonaparte e della nobildonna polacca Maria Walewska.[/fn], più moderata e tendente alla conciliazione: la Russia deve garantire l’integrità territoriale dell’Impero ottomano, Moldavia e Valacchia restano formalmente sotto l’autorità del Sultano ma sotto un protettorato congiunto di tutte le potenze vincitrici. La navigazione sul Danubio è resa libera e, a questo scopo, la Bessarabia viene staccata dall’Impero Russo. La questione centrale che aveva determinato il conflitto, cioè l’agibilità del Mar Nero, viene risolta rendendo lo specchio d’acqua neutrale; in tempo di pace sarà consentito di attraversare il Bosforo e i Dardanelli solo alla flotta turca. Il Regno di Sardegna, pur non guadagnando ovviamente alcun territorio, ottiene un significativo vantaggio politico e diplomatico, poiché i diciottomila bersaglieri mandati a combattere a Sebastopoli consentono a Cavour di porre su solide basi l’alleanza con la Francia imperiale, che si rivelerà poi determinante per la Seconda guerra d’indipendenza.

1 Questo conflitto viene comunemente chiamato “guerra di Crimea” dalla tradizione storiografica in tutte le lingue, riferendosi alla penisola nella quale si svolse la maggior parte delle operazioni. Nei documenti dell’epoca è spesso designata come “Guerra d’Oriente”, formulazione poi caduta in disuso perché troppo vaga e non immediatamente evocativa di quel preciso conflitto.

2 Visti i legami di parentela che legavano gli Asburgo-Lorena e i Romanov, il mancato aiuto austriaco durante la guerra di Crimea aprirà una frattura personale oltre che politica tra le due dinastie. Un aneddoto non verificabile ma estremamente diffuso vuole che Nicola I, preso dall’ira per l’opportunismo e la pavidità del cugino, decidesse di togliere il ritratto di quest’ultimo dal proprio studio per regalarlo a uno dei suoi servi. A ciò si aggiunga che la Russia aveva fornito valido aiuto all’Austria nella repressione della rivolta ungherese del 1848; Nicola I si aspettava per questo un gesto di gratitudine da parte di Francesco Giuseppe.

3 Benché le vere ragioni alla base del conflitto siano quelle relative all’accesso al Mediterraneo, la propaganda zarista insiste su quelle di natura religiosa; anche per questo la sconfitta è destinata a lasciare tracce profonde nella memoria russa, che ha vissuto la guerra come un “tradimento” da parte di altri cristiani che, per opportunismo, si sono alleati con la Turchia musulmana ai danni della “Terza Roma”, malgrado la “santità” delle ragioni di questa.

4 Con un’ironia che deve essere apparsa amarissima agli occhi di Nicola I, oltretutto, sono proprio le truppe di Francesco Giuseppe, che formalmente non sono in guerra con la Russia, a occupare Moldavia e Valacchia con il consenso della Turchia.

5 Gli elementi di modernità della guerra e le nuove possibilità offerte dal giornalismo di guerra, che per la prima volta si serve massicciamente di inviati sul campo e di fotografie a corredo degli articoli, sono destinati a colpire l’immaginario del pubblico europeo e russo. In particolare, l’episodio della carica, durante la battaglia di Balaklava, di una brigata di cavalleria leggera mandata praticamente al suicidio contro le inespugnabili postazioni russe, a causa di incomprensioni e gelosie tra gli ufficiali, fornirà al poeta Alfred Tennyson la materia per il suo poema The charge of the light brigade. Sul fronte opposto, lo scrittore russo Lev Tolstoj, con la raccolta dei Racconti di Sebastopoli, analizza l’assurdità e la natura disumana e illogica di ogni guerra, ma anche il dolore di un paese sconfitto e umiliato.

6 Il contingente viene impegnato sul campo durante la battaglia della Cernaia, subendo in totale ventitré perdite durante il combattimento. Di molto maggiore è però il numero di soldati morti per il colera e la dissenteria.


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MessaggioInviato: Mar Ago 22, 2006 5:35 am    Oggetto: Adv






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Francesco Forlin

Ospite















MessaggioInviato: Mar Ott 13, 2009 9:37 pm    Oggetto: Oooh ! Il feudalesimo: riassunto A cura di Francesco Forlin
Descrizione: CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE e NASCITA DEL SACRO ROMANO IMPERO
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Il feudalesimo: riassunto
A cura di Francesco Forlin
Poche cose, tanto nell'immaginario collettivo quanto nella letteratura scientifica, rappresentano il Medioevo meglio delle istituzioni feudali. Anche quegli storici che, come Henri Pirenne 1, sottolineano la continuità dei primi secoli del cosiddetto Alto Medioevo con la tarda-antichità, non possono esimersi dal rilevare la sostanziale estraneità dell'impianto sociale, economico, politico e militare della civiltà feudale rispetto al modello classico. In altre parole, il feudalesimo rappresenterebbe una delle maggiori – se non la maggiore in assoluto – innovazioni che dal mondo germanico si sono estese in tutto il territorio europeo: un portato originale delle nuove popolazioni insediatesi in Europa Occidentale dopo la caduta dell'Impero.

Ora, è indubbio che proprio per questo motivo tutto quello che ha a che fare con la civiltà feudale, che accentuando in qualche misura quanto detto potremmo ritenere come rappresentativa della civiltà medioevale nel suo insieme, presenti quella ricchezza simbolica e polisemica che è uno dei tratti più significativi della mentalità del tempo. Parlare, ad esempio, di investitura feudale implica introdurre nel discorso elementi di storia della cavalleria, di storia dei rapporti fra Chiesa ed Impero, di storia economica e produttiva.

Nel tentativo di fornire una bussola per orientarsi nel discorso, partiremo da un fatto piuttosto semplice, vale a dire l'accelerazione cui tutte le dinamiche appena citate vanno incontro a partire dall'affermazione della dinastia carolingia.
Quando Carlo Magno si trovò a dover amministrare un Impero egli non poté che riprodurre in esso l'idea di società propria alle tribù germaniche, solo su scala infinitamente più grande e con conseguenze di capitale importanza per la storia europea. Come scrive Jacques Le Goff:

i Franchi, malgrado gli sforzi per attingere da Roma la sua eredità politica e amministrativa, non avevano acquistato il senso dello Stato. Il regno era considerato dai Franchi come una loro proprietà, allo stesso modo dei possessi e dei tesori. Ne facevano comodamente parte ad altri […] ma si avverte ormai quello che sta accadendo di decisivo nell'epoca carolingia per il mondo medioevale. Ogni uomo dipenderà sempre più dal suo signore, e questo orizzonte limitato, questo giogo tanto più pesante quanto più è portato in un circolo ristretto, saranno riconosiuti nel diritto, la base del potere sarà sempre più il possesso della terra, e il fondamento della moralità sarà la fedeltà, la fede che sostituirà per molto tempo le virtù civiche greco-romane. L'uomo antico doveva essere giusto o retto, l'uomo medioevale dovrà essere fedele. I cattivi saranno d'ora in poi gli infedeli 2.

Alle popolazioni germaniche risultava completamente aliena l'idea di Stato, essendo la famiglia allargata, la tribù, l'unità sociale costitutiva ritenuta sede naturale dell'esercizio dell'attività di governo oltre che l’organismo chiamato a risolvere ogni disputa eventualmente occorsa. Per questo motivo, allorché lo stanziamento dei barbari in Italia rese possibile un loro affinamento culturale e politico con conseguente passaggio ad un diritto scritto, questo avvenne comunque attraverso la riproposizione di un modello all'interno del quale ogni aspetto della vita pubblica passava per i rapporti personali esistenti fra le persone coinvolte. Risulta allora chiara la ragione per la quale Carlo Magno, trovandosi a dover gestire un territorio sterminato, abbia scelto di farlo primariamente condividendo le responsabilità di governo con i propri uomini più fidati: i condottieri più valorosi, ossia i membri di spicco della cavalleria. Dono e, al tempo stesso, vincolo di fedeltà divenne allora il feudo, dal termine germanico vieh ossia “bene”, “pecunia”, “risorsa materiale”. Quale risorsa potesse mai essere stimata la più preziosa e pertanto la più vincolante in una società basata sul possesso e sul mantenimento dei cavalli risulta piuttosto ovvio: la terra.

D'altronde, ed allo scopo di guardare le cose da un altro punto di vista, è anche possibile osservare con Henri Pirenne che:

se è vero che il re si considera proprietario del suo regno, la regalità non ha pertanto un carattere così privato come s'è sostenuto. Il re separa la sua sostanza privata dal tesoro pubblico […] alla morte del re i suoi stati si dividono fra i figli; ma questo fenomeno è una conseguenza della conquista […] il loro stato [dei Franchi] fu più barbaro, ma non germanico. Anche qui l'organizzazione delle imposte e della moneta è conservata; anche qui ci sono conti in ciascuna città, essendo le province sparite .[...] se si considera l'insieme di tutti questi regni barbari vi si trovano tre aspetti in comune. Essi sono assoluti e laici, e gli strumenti del potere sono il fisco e il tesoro 3.

Le parole di Pirenne hanno il merito di chiarire un paio di aspetti fondamentali.
In primo luogo, fino all'VIII secolo non è possibile tracciare una linea di confine netta fra Impero romano e regni germanici, in quanto nel momento stesso in cui questi ultimi iniziarono ad esistere in quanto tali, finirono con l'assorbire i principali tratti della tarda romanità, fra i quali l'assolutezza del potere regio ed il suo esprimersi attraverso l'estensione del patrimonio fondiario.

In secondo luogo, lo stesso Pirenne introdurrà in seguito la tesi che il primo sovrano autenticamente “germanico” sarebbe proprio Carlo Magno, il quale, a causadella eccezionale estensione dei suoi domini e dell'espansione musulmana fra VII ed VIII secolo, si sarebbe finalmente trovato costretto a forzare e superare la dimensione “romana” del potere regio. In particolare, l’espansione islamica comportò la chiusura del Mar Mediterraneo alle rotte cristiane e il definitivo venir meno di una civiltà, come quella classica e medioevale fino a quel momento, basata sulla centralità economica, commerciale e culturale del mare nostrum, e pertanto su un sistema economico aperto fondato sul commercio e sulla circolazione della moneta.

In luogo di questa, emerse una civiltà schiettamente continentale, caratterizzata da un'economia basata sul possesso fondiario ed anche da un diverso modo di fare la guerra.

Non è possibile spiegare i travolgenti successi ottenuti dai Franchi sui campi di battaglia europei senza parlare dello strumento che consentì loro di conseguirli: lo sviluppo e la diffusione in Europa Occidentale della cavalleria pesante. L'uso strategico della cavalleria non appartiene, com'è noto, alla tradizione militare romana, e viene introdotto solo fra il II ed il III secolo, particolarmente nelle legioni orientali, grazie all'influenza delle tecniche impiegate dalle popolazioni delle steppe asiatiche. Inoltre, pare che l'introduzione in Occidente della staffa, strumento indispensabile per rendere possibile la carica a piena forza sul cavallo senza rischio di disarcionamento, vada attribuita al generale bizantino Belisario, che servì sotto Giustiniano nella guerra greco-gotica (535-553) 4. In Occidente, il ricorso diffuso alla cavalleria pesante si deve alle popolazioni germaniche, e si deve in particolare ai Franchi il perfezionamento della sua efficacia mediante un più approfondito e razionale sviluppo della metallurgia, tant'è vero che lo sfruttamento di una buona parte dei giacimenti superficiali di ferro presenti nell'area franco-tedesca risale proprio al periodo carolingio.

La centralità assunta dalla cavalleria nell'esercito franco fece sì che i carolingi disegnassero un modello sociale pensato intorno alla classe sociale che componeva i suoi ranghi. Si trattava di una aristocrazia militare che basava la sua forza sul possesso e sul mantenimento del destriero, che si trasformava così nella vera arma decisiva di tutte le battaglie di età medioevale. Si può dire infatti che, fino alla Guerra dei Cent'Anni (1337-1543), la cavalleria sia rimasta l'indiscussa protagonista dei campi di battaglia europei e, con essa, la società che le era stata costruita intorno, vale a dire la società feudale.

La necessità di mantenere un livello di guardia costantemente alto lungo le frontiere dell'Impero, nei confronti di nemici vecchi e nuovi, sortì dunque l'effetto di radicalizzare la convinzione che la via migliore per garantire solidità alla compagine imperiale fosse obbligare gli uomini più potenti a prestare giuramento e legarsi ad un rapporto di vassaticum, in cambio della concessione dei diritti di sfruttamento su un territorio più o meno esteso. Nacquero così le Contee, territori interni sottoposti al controllo indiretto di un Conte, per quanto riguarda l’aspetto amministrativo e di esercizio della giustizia, e le Marche, territori più estesi posti in zone di frontiera e controllati direttamente da un Marchese a fini militari. A partire dalla metà del IX secolo, con la crescente insicurezza generata dalle prime ondate dei nuovi invasori Vichinghi da Nord e Ungari da Est, il termine miles prende sempre più spesso il posto del termine vassus, che viene invece utilizzatoper indicare il servo: la militarizzazione crescente imposta dalle urgenze belliche impresse una velocizzazione al processo di feudalizzazione.

La classe dominante qualificava se stessa essenzialmente in forza di due prerogative. La prima è di natura economica: il feudatario nasce come cavaliere, ossia come persona in grado di provvedere alla cura ed al mantenimento di uno o più cavalli. La seconda, invece, è di natura militare: il feudatario, in quanto uomo d'armi, è persona in grado di garantire la sicurezza sua e di coloro che associa a se stesso nella gestione del potere, oltre che di coloro che ne accettano la signorìa per ricevere in cambio protezione. In realtà, i due aspetti sono strettamente collegati, in quanto è la proprietà del cavallo a trasformare il feudatario in un “professionista” della guerra. Non per niente imparare a combattere a cavallo ed a convivere con esso rappresentava una tappa decisiva ed irrinunciabile nella formazione di ogni giovane nobile. Si potrebbe dire che il cavallo sia statoil grande co-protagonista della società feudale, su un gradino appena inferiore al feudatario stesso. Il cavallo era infatti al centro di buona parte del sistema produttivo, ed occupava un ruolo di assoluto prestigio in quanto vero status symbol dell'epoca:

nel mondo cavalleresco questi animali erano oggetto di altrettanta considerazione, cura, brama delle automobili da corsa o delle super moto dei nostri tempi. I signori più ricchi se ne disputavano gli esemplari migliori, si rovinavano per acquistarli ed i mercanti di cavalli erano fra gli uomini d'affari più facoltosi […] ai contadini era fatto obbligo di trasportare nella fortezza vicina al villaggio grossi carichi d'avena e anche buona parte della terra coltivata era destinata all'approvvigionamento delle scuderie feudali 5.

Questo non stupirà se si tiene presente come l'aristocrazia feudale legittimasse se stessa in quanto parte di un sistema militare. Hegel, nella Fenomenologia dello Spirito, coglie questo punto con estrema lucidità, asserendo che la divisione della società in signori e servi nasce a seguito di una lotta per il riconoscimento dalla quale il signore esce vincitore grazie al suo coraggio e alla sua determinazione che lo portano a rischiare la propria stessa vita, mentre il servo, non essendo disposto a perdere tanto, sceglie di servire pur di vedere garantita la propria sopravvivenza 6. Così, se il possesso e l'esercizio delle armi sono il carattere distintivo del signore, l'obbligo al lavoro lo è del servo. Due terzi della società medioevale – bellatores e laboratores – trovano così giustificata la loro ragion d'essere. I rapporti fra signore e servo sono dunque fondati sul mantenimento di determinati ruoli: il signore è la personificazione vivente della legge e dell'ordine, che egli amministra per conto del Re o dell'Imperatore – i quali, a loro volta, nella mentalità medioevale, esercitano le loro prerogative per conto di Dio, pensato come una sorta di “signore feudale supremo” –, inoltre garantisce al servo un'esistenza il più possibile al riparo dalle angherie dei fuorilegge e della violenza degli altri signori, in cambio di una parte dei raccolti. I due diritti fondamentali, quello alla sopravvivenza e quello alla sicurezza, sono dunque salvaguardati dal signore.

Il servo, dal canto suo, in forza del giuramento di fedeltà prestato si impegna ad offrire al signore i frutti della sua attività agricola, oltre una quantità di prestazioni gratuite ed illimitate (le corvées).

È pertanto facile comprendere come il controllo sull'intera società medioevale dipendesse dalla capacità di investire qualcuno di un titolo feudale (Duca, Conte o Marchese nella maggioranza dei casi) legandolo a sé con un legame di fedeltà che, indirettamente, si sarebbe esteso anche a tutti coloro che costui avrebbe a sua volta investito come suoi vassalli. In questo modo compare sulla scena anche il terzo ceto della società medioevale, vale a dire quegli oratores che troviamo non a caso contrapposti ai bellatores in quella che sarebbe passata alla storia come lotta per le investiture. La piramide feudale non poteva avere che uno ed un solo vertice, ma la spaccatura che separava le due istituzioni universali della Cristianità era talmente impossibile da sanare che nel 1122, il Concordato di Worms, sancì che in Germania la massima autorità sarebbe stata quella imperiale, mentre in Italia sarebbe stata quella papale. L'annoso problema, sollevato da Ottone il Grande nel X secolo con la creazione dei vescovi-conti, si chiuse non già separando realmente le due investiture, ma risolvendo di riconoscere come prioritaria quella temporale in Germania e quella spirituale in Italia.

In definitiva, l'impressione è che le dinamiche feudali si siano estese anche alla Chiesa, la quale in teoria avrebbe dovuto essere l'istituzione più di tutte ad essa impermeabile, in quanto ben più antica e ben più “romana” di ogni tradizione feudale, e dunque germanica. Anche in questo caso, dunque, il feudalesimo si conferma come reale minimo comune denominatore dell'Evo Medio.

L'emanazione, nell'877, del cosiddetto capitolare di Quierzy con il quale Carlo il Calvo decretava il diritto all'ereditarietà dei benefici feudali e che nelle intenzioni del sovrano avrebbe dovuto rafforzare la lealtà dei feudatari. In realtà conduce a una netta sottrazione di sovranità del potere centrale su una serie di territori che la Corona cessava di fatto di poter reclamare: tutto, anche in questo caso, dipendeva dalla tenuta dei rapporti personali instauratisi fra Re e vassalli, i più potenti dei quali iniziarono a loro volta a conferire l'investitura a uomini a loro fedeli (che presero il nome di valvassori) per condividere l'onere dell'amministrazione dei territori più estesi. In questo modo, il legame di fedeltà vincolava sì i vassalli al Re, ma non i valvassori, i quali, reciprocamente, giuravano sulla spada del vassallo che assegnava loro una parte dei suoi domini. In questa situazione, quand'anche il Re fosse stato nella condizione di poter contare sulla fedeltà di tutti i suoi vassalli – dai quali dipendeva non solo per riscuotere tributi, ma anche e sopratutto per arruolare truppe e costituire eserciti – la tenuta del patto feudale veniva a poggiare anche sulla fedeltà di tutti i valvassori nei confronti dei vassalli, rispetto alla quale il Re non disponeva di alcuno strumento di controllo o influenza diretta.

Oltre questi limiti strutturali il Sacro Romano Impero non seppe andare, come dimostra la sua brevissima vita di appena quarantatre anni. Alla sua disgregazione le nazioni d'Europa trovarono vie diverse per rimediare ai vuoti di potere insiti nella piramide feudale.

In Germania la sclerotizzazione del policentrismo feudale sopravvive fino alla Bolla d'Oro (1356) ed oltre, fondando la realtà di un potere imperiale che esprime il precario equilibrio raggiunto dai Prìncipi Elettori: i destini dell'Impero appaiono così indissolubilmente legati a quelli del feudalesimo, al punto che l'Impero sconta con la debolezza dell'autorità centrale la maggiore debolezza del principio feudale. Si tratta di una conseguenza inevitabile, perché se il feudalesimo rappresenta la quintessenza del modello sociale ed economico proprio alla civiltà medioevale, così l'Impero è la stessa materializzazione dell'universalismo politico che esclude a priori il principio nazionale ed è base della riflessione politica più autenticamente medioevale: basti pensare al De Monarchia di Dante.

Al contrario, in Francia e in Italia centro-settentrionale l'allontanamento dal modello feudale è particolarmente precoce, e prende, rispettivamente, la forma di una monarchia accentrata e destinata a divenire assoluta in Francia, e dell'esperimento comunale destinato a mutare nella direzione delle signorie e dei principati in Italia: in entrambi i casi il superamento del modello feudale coincide con l'uscita dal Medioevo e l'ingresso di queste aree nella prima modernità.

In Inghilterra e in Italia del Sud il feudalesimo viene portato dai Normanni, nel primo caso con lo sbarco vittorioso di Guglielmo il Conquistatore ad Hastings (1066), nel secondo con la fondazione del Regno di Sicilia (1130). Questi due stati conosceranno una storia molto diversa: in Inghilterra l'impianto feudale si mantiene vitale fino alla graduale affermazione di un modello basato sulla divisione dei poteri fra Corona e Parlamento, mentre in Italia meridionale esso dura molto più a lungo, garantendo una singolare longevità alla classe nobiliare locale, significativamente fondata sul monopolio del possesso fondiario e sull'assenza della piccola e media proprietà terriera.

1 Cfr. H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, a cura di M. Vinciguerra, Laterza, Bari 2015.

2 J. Le Goff, La civiltà dell'Occidente medievale, a cura di A. Menitoni, Einaudi, Torino 1999, pp. 57-62.

3 H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, cit., pp. 41-43.

4 Tuttavia l’uso della staffa non dovette essere pienamente affermato, in quanto ancora nel VII Secolo compaiono raffigurazioni rappresentanti cavalieri privi di staffa

5 G. Duby, L'avventura di un cavaliere medioevale, a cura di C.M. Carbone, Laterza, Bari 2015, p. 34.

6 Si tratta della dialettica servo-padrone trattata da Hegel alla fine della IV sezione della Fenomenologia dello Spirito. Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp.279-291.

Dall'affermazione dei Carolingi alla nascita dell'Impero
È nel corso del VI Secolo che i Franchi, popolo germanico stanziatosi sulle rive occidentali del Reno nei primi vent'anni del V Secolo, iniziano a spingersi verso sud-ovest in Aquitania e verso sud-est in Borgogna. Con la fusione di queste due regioni e della regione di Parigi (Neustria) con quella di Austrasia - ossia un ampio territorio oggi comprendente Francia nord-orientale, Belgio, Olanda e buona parte della Germania centro-occidentale che fu la culla della civiltà franca - furono gettate le basi dell'egemonia di questo popolo sul continente.

A partire da tali estesi e ricchi domini Pipino di Herstal (detto anche “il Giovane”) fonda, nel 688, una dinastia destinata a prender nome di carolingia dal di lui figlio, il ben più famoso Carlo Martello, eroe della Cristianità, capace di infliggere la prima battuta d'arresto alla inarrestabile avanzata araba nella battaglia di Poitiers (732). Lo straordinario prestigio dei Franchi all'interno della Cristianità derivante da questo fatto d'armi si aggiunse al rapporto privilegiato con i vertici della Chiesa sin dal 493, quando Re Clodoveo fu il primo sovrano germanico a convertirsi al Cattolicesimo ripudiando l'Arianesimo, eresia cristiana al tempo professata dalla maggioranza delle tribù germaniche.

È all'interno di questo contesto che il figlio di Carlo Martello, Pipino il Breve, si dedicò intensamente a sviluppare una decisa politica di espansione verso Sud che l'avrebbe condotto a fare leva sul rapporto con il Papa, le cui preoccupazioni nei confronti del regno dei Longobardi erano oramai da tempo di natura prevalentemente politica. Bisogna ricordare, infatti, che almeno dal principio dell'VIII Secolo la quasi totalità dei longobardi si era convertita al Cattolicesimo, e che quel che realmente impensieriva i Pontefici era la presenza nella Penisola di un forte regno i cui domini stringevano il Lazio sia da Nord che da Sud – ove il Pontefice era anzi costretto a guardare ai Ducati longobardi di Spoleto e Benevento come agli unici baluardi contro gli odiati bizantini. La prima discesa dei Franchi in Italia contro i Longobardi risale al 754, la seconda al 756. In entrambi i casi i Franchi erano stati chiamati dal Papa come suoi difensori ed avevano ottenuto un successo travolgente. La terza ed ultima discesa fu quella decisiva, nella quale Carlo Magno espugnò Pavia, ponendo di fatto fine al regno longobardo nel 774.

Rinfrancato dalla conquista dell'Italia Centro-settentrionale Re Carlo volse la sua attenzione alle due altre possibili direttrici di espansione: sud-ovest ed est. Lungo la prima la presa di Pamplona e Barcellona consentì a Carlo di proseguire l'opera intrapresa dal nonno Carlo Martello contro i musulmani e, impiantando una solida testa di ponte cristiana oltre i Pirenei, gettò le basi di quella che, quasi cinquecento anni dopo, avrebbe preso il nome di Reconquista.

Ad oriente Carlo Magno fu il primo sovrano cristiano a praticare una politica di conversioni forzate di massa, principalmente a danno dei Frìsoni, nell'area dell'attuale Olanda, dei Sassoni 1 e degli Àvari, che gli consentì di controllare le sponde occidentali del Danubio e di fare penetrare per la prima volta il Cattolicesimo nel mondo slavo. Le conquiste di Carlo Magno furono completate dall'annessione incruenta della Baviera, un regno germanico già cristiano e teoricamente vassallo dei Franchi sin dal tempo dei Merovingi.

Alla fine dell'VIII Secolo i domini di Carlo Magno si estendevano così su un Regno che spaziava dai Pirenei al Danubio e dal Mar del Nord al Lazio: nessun sovrano cristiano aveva mai governato su territori così estesi dal tempo di Giustiniano. Il primo a leggere l'eccezionalità della situazione fu Papa Leone III, il quale aveva tutto l'interesse nel trasformare il più potente Re cattolico in qualcosa di più, qualcosa che, per dignità, potesse collocarsi sullo stesso piano del basileus di Costantinopoli: un Imperatore. Carlo Magno, dal canto suo, non disdegnava di far pesare tutta la sua influenza anche nelle questioni di fede, come risulta chiaro dalla indizione del Sinodo di Francoforte (794), personalmente voluto e presieduto da Carlo, che nelle intenzioni del sovrano volle essere la controparte del Secondo Concilio di Nicea (787), convocato dall'Imperatrice Orientale Irene senza che al suo interno fosse data degna rappresentanza al clero occidentale. Erano, quelli, anni nei quali la Cristianità era lacerata dalla spinosa questione del culto delle immagini, ritenuta ereticale dalla schiacciante maggioranza del clero orientale (iconoclastia) ed invece largamente praticata in Occidente.

In questo contesto politico-religioso il Papa prese nell'800 la decisione di consacrare Carlo Imperatore 2 nella notte di Natale dell’800. Si tratta, com'è noto, di una delle date più gravide di conseguenze della storia europea.

Nasceva in questo modo una nuova compagine statuale, caratterizzata da una peculiarissima dialettica fra Papa ed Imperatore. In questa dialettica interna al rapporto Chiesa-Impero si situa, dopo il feudalesimo, l'altra grande impronta lasciata in eredità dall'età carolingia ai secoli successivi.

L'Impero carolingio, ancorché ovviamente reso possibile dall'opera e dalla personalità stessa di Carlo Magno, fu però in primo luogo un'invenzione del Papa, il quale rese la sua investitura condizione imprescindibile per assurgere alla suprema dignità secolare di tutta la Cristianità. Dal canto loro, gli Imperatori non avrebbero tardato molto a scoptire quanto potesse essere gravoso il peso di quella corona ricevuta dalle mani del Pontefice, il quale, al pari di ogni sovrano del suo tempo, era mosso non soltanto da preoccupazioni spirituali ma anche da più concreti obiettivi politici. Il rapporto di mutua e reciproca legittimazione e protezione che legò i Vescovi di Roma ed i sovrani Franchi nei secoli dell'Alto Medioevo - e che avrebbe portato i Papi a definire la Francia “figlia primogenita della Chiesa” - si sarebbe presto convertito, a partire dalla creazione del Sacro Romano Impero Germanico (962), in una relazione più complessa: le tensioni potenzialmente insite nel ruolo svolto da Carlo Magno nelle questioni spirituali 3 e a quello dal Papa in quelle secolari 4 si sommarono alle peculiarità del sistema feudale, nel quale non era infrequente che cariche e titoli secolari si aggiungessero a cariche e titoli ecclesiastici nella stessa persona 5.

L'Impero dopo Carlo Magno
La morte del fondatore dell'Impero nell’814 segue di appena due anni l'ultimo successo di Carlo, vale a dire il riconoscimento del suo titolo da parte del basileus di Costantinopoli, il quale per la prima volta dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente si trovava così a dover condividere con un altro uomo la suprema autorità temporale del mondo cristiano. Tuttavia, la principale minaccia alla sopravvivenza dell'Impero era data proprio dalla intrinseca debolezza dell'autorità del sovrano sui territori da lui controllati. Dal momento che Carlo Magno non poteva contare sulla struttura amministrativa che l'Imperatore bizantino aveva ereditato dall'Impero Romano, egli scelse di avvalersi di quel sistema feudale che ne rappresentò il maggior fattore di debolezza per tutto ciò che concerneva le due essenziali funzioni dello Stato, ossia l'arruolamento delle truppe e la riscossione dei tributi. Diversamente dall'Impero Romano, inoltre, il Sacro Romano Impero appariva economicamente sottosviluppato, basato com'era su un modello sociale concentrato soprattutto sull'autosufficienza dei piccoli centri urbani e delle tenute feudali più che sullo scambio di risorse e sul commercio. Non aiutava, in questo, un'altra differenza con l'Impero Romano, ossia l'assenza di un adeguato controllo delle vie marittime. Mentre Roma fu capitale di un mondo che ebbe nel Mediterraneo la sua culla, Aquisgrana fu e rimase capitale di un Impero essenzialmente continentale, con un baricentro spostato molto più a nord: un mondo basato ancora più sul baratto che sul denaro nel quale, come s'è detto, il possesso fondiario era di gran lunga la principale forma di ricchezza e selezione sociale riconosciuta.

Già nell'843 si pervenne ad una prima spartizione dei domini imperiali (nota come “spartizione di Verdun” o “trattato di Verdun”) fra i nipoti di Carlo Magno, figli di Ludovico il Pio, ovvero Lotario, Carlo il Calvo, Ludovico il Germanico:

Tale spartizione delinea di fatto i confini in nuce delle tre principali nazioni europee: una parte orientale, compresa fra i Pirenei, la Loira e la regione di Parigi (il futuro Regno di Francia), una parte centrale che comprendeva a Nord la regione del Reno ed a Sud l'Italia centro-settentrionale, ed una parte orientale che andava dalla riva orientale del Reno all'Elba (il futuro Impero Germanico). A questa venuta meno dell'autorità imperiale si aggiunse, nell'877, l'emanazione del cosiddetto “capitolare di Quierzy” dell’877 6 con il quale Carlo il Calvo decretava il diritto all'ereditarietà dei benefici feudali.

Nelle intenzioni del sovrano tale decisione avrebbe dovuto rafforzare la lealtà dei feudatari, ma in realtà si tradusse in una ancor più ampia sottrazione di sovranità del potere centrale nei confronti di territori che la Corona cessava di fatto di poter reclamare. Tutto, anche in questo caso, dipendeva dalla tenuta dei rapporti personali instauratisi fra Re e vassalli, i più potenti dei quali iniziarono a loro volta a conferire l'investitura a uomini a loro fedeli (che presero il nome di valvassori) per condividere l'onere dell'amministrazione dei territori più estesi. In questo modo, il legame di fedeltà vincolava sì i vassalli al Re, ma non i valvassori, i quali, reciprocamente, giuravano sulla spada del vassallo che assegnava loro una parte dei suoi domini. In questa situazione, quand'anche il Re fosse stato nella condizione di poter contare sulla fedeltà di tutti i suoi vassalli - dai quali dipendeva non solo per riscuotere tributi, ma anche e sopratutto per arruolare truppe e costituire eserciti - la tenuta del patto feudale si poggiava anche sulla fedeltà di tutti i valvassori nei confronti dei vassalli, rispetto alla quale il Re non disponeva di nessuno strumento di controllo o influenza diretta.

Oltre questi limiti strutturali il Sacro Romano Impero non seppe andare, come dimostra la sua brevissima vita di appena quarantatré anni. Il feudalesimo invece gli sopravvisse molti secoli trasformandosi in una delle caratteristiche fondanti del Medioevo europeo.

La rinascita carolingia: cultura e religione fra ottavo e nono secolo Come tutti i signori del suo tempo, anche Carlo Magno non era un uomo colto: ancora oggi non sappiamo con certezza se egli sapesse solo leggere, o se abbia imparato in età avanzata anche a scrivere, o se, ancora, abbia per tutta la vita ignorato sia la lettura sia la scrittura. Quel che è certo, è che Carlo Magno ebbe sempre ben presente il gravissimo stato di abbandono nel quale versavano le lettere nell'Occidente cristiano e le conseguenze di tale situazione sullo sviluppo economico e civile del suo Impero.

A questo scopo, egli dedicò alla difesa e promozione della cultura non minore attenzione di quella rivolta alle faccende militari, raccogliendo attorno a sé i migliori studiosi del tempo - Alcuino di York, Eginardo, Paolo Diacono - in una schola palatina fondata presso la sede imperiale di Aquisgrana con finalità sia eminentemente culturali e scientifiche sia politiche. Principalmente ad Alcuino si deve il maggiore lascito culturale dell'età carolingia, vale a dire la creazione e la diffusione della minuscola carolina, ossia un canone unificato di scrittura semicorsiva destinato ad essere impiegato in tutti i documenti ufficiali e nei trattati scientifici per superare il particolarismo grafico dei secoli precedenti. Allo storico Paolo Diacono si deve la redazione di quella Historia Langobardorum che, oltre ad essere tuttora una delle fonti più preziose per lo studio del Regno longobardo, con il suo punto di vista filo-longobardo rappresenta anche un ottimo esempio della libertà di espressione lasciata da Carlo Magno agli studiosi. Intorno alla metà del IX Secolo la direzione della schola fu affidata da Carlo il Calvo a Giovanni Scoto Eriugena, il maggiore filosofo altomedioevale, al quale si deve la prima originale sintesi di pensiero fra neoplatonismo e cristianesimo fiorita su suolo europeo. Accanto a questa dimensione propriamente scientifica, Carlo Magno favorì grandemente la diffusione capillare dell'ordine benedettino, incentivando la fondazione di monasteri ed abbazie sia come centro di propagazione della fede cattolica presso le popolazioni di più recente conversione sia come luogo di produzione e conservazione del sapere. Così facendo, anche grazie ai buoni uffici del suo biografo Eginardo, mentre incoraggiava la ripresa di una riflessione cristiana sulla natura del nuovo imperium, Carlo legittimava sempre più se stesso tanto di fronte al popolo quanto di fronte ai potenti ed agli ecclesiastici come il prosecutore dell'opera di Costantino ma anche, e questa era la novità, come principale interlocutore del Vescovo di Roma

Considerazioni conclusive
L'età carolingia, pur situandosi cronologicamente nel cuore del cosiddetto Alto Medioevo, anticipa e, quel che più conta, fonda i presupposti di alcune delle principali caratteristiche della civiltà europea bassomedioevale per quanto concerne sia il sistema feudale sia i rapporti fra Impero e Papato. Ma il suo influsso si estende ben più oltre: collegato al “mito” dell’imperatore franco c’è anche la nascita ed il successo della chanson de geste, genere letterario di tipo epico, diffusosi nella Francia centrale e settentrionale dopo il Mille. Com'è noto, questi componimenti, che rappresentano la prima forma di epos autoctono nell'Occidente cristiano, trattano principalmente dello scontro fra cristiani e musulmani e sono sovente imperniati sulle imprese valorose compiute da sovrani e condottieri della dinastia carolingia (Carlo Martello, Carlo Magno, Orlando). Nella tipizzazione propria al genere epico se Orlando rappresenta il prototipo del cavaliere indomito fino all'estremo sacrificio e Carlo Martello quello del Re che guida le sue truppe alla vittoria, Carlo Magno incarna invece la figura del pacificatore, il nuovo Augusto destinato a riportare in Europa l'idea imperiale, ammantandola però della nuova fede rivelata.

Dopo la Seconda guerra mondiale, quando Konrad Adenauer per la Germania, Alcide De Gasperi per l'Italia e Robert Schuman per la Francia cercarono di creare presupposti perché mai più gli europei volessero combattersi fra di loro, essi, convinti cattolici, ritennero di poter trovare un autorevole precedente nella figura del creatore del Sacro Romano Impero (cristiano, e centrato sui territori di Francia, Germania ed Italia Settentrionale), contribuendo in questo modo a rilanciare in pieno Novecento il mito di Carlo Magno come fondatore dell'idea di Europa unita.

La figura di Carlo Magno rappresenta allora uno snodo decisivo nella storia europea sotto il triplice punto di vista politico, socio-economico e religioso-culturale.

1 La sottomissione dei Sassoni si concluse con l’estensione dei confini del regno franco all'Elba e la fondazione, fra gli altri, dei Vescovati di Brema e Münster.

2 Per usare la formula esatta, Carlo Magno fu incoronato serenissimus Augustus, a Deo coronatus, magnus et pacificus Imperator, Romanum gubernans Imperium ovvero: “Serenissimo Augusto, incoronato da Dio, Imperatore grande e pacifico, governante Impero Romano”.

3 Si pensi alla indizione del Sinodo di Francoforte ed al fatto che l'Imperatore intervenisse personalmente nella nomina delle alte cariche ecclesiastiche.

4 Si pensi qui invece al fatto che in virtù della investitura dell'Imperatore il Papa si poneva di fatto al vertice della piramide feudale.

5 Questa circostanza darà vita al fenomeno della lotta per le investiture, così caratteristico del mondo cristiano cattolico occidentale e del tutto sconosciuto alla cristianità orientale in virtù della tradizione cesaro-papista di Costantinopoli. A differenza dell'Impero bizantino, quello carolingio era infatti caratterizzato da una religione guidata da un Pontefice autonomo e del tutto indipendente dall'Imperatore.

6 Con il nome di “capitolare” si indicano in età medievale le ordinanze imperiali.


Scoto Eriugena e la filosofia medievale
A cura di: 29elode
Giovanni Scoto Eriugena è il pensatore con cui prende forma il dualismo tra ratio, il pensiero razionale, e auctoritas, l'autorità del magistero religioso e dei dogmi di fede. La sua opera De divisione naturae è un testo chiave per comprendere l'influenza neoplatonica nella filosofia cristiana. Irlandese, Scoto Eriugena viene richiamato da Carlo il Calvo per fondare una Scuola e tradurre i testi di Dionigi l'Aeropagita, tra cui il più famoso è il trattato con cui nasce la teologia negativa, quello sui nomi di Cristo. Secondo la teologia negativa non ci sono parole per definire Dio, che può essere invece definito solamente attraverso ciò che non è. Per esempio: infinito, immortale, ingenerato.

La conclusione del secondo conflitto mondiale prende le mosse dalla conferenza di Teheran (28 novembre - 1 dicembre 1943): Stalin, Roosevelt e Churchill pianificano una strategia comune per battere definitivamente il nazifascismo. Nel corso della conferenza emergono differenti posizioni tra Churchill, che vorrebbe concentrare i contingenti alleati in Italia o nei Balcani (per contrastare un possibile attacco di Stalin), e del presidente Roosevelt, che sostiene invece un intervento in Francia come punto di partenza di operazioni più capillari fino all’Europa del sud. Mentre in Italia la Resistenza partigiana combatte la guerra di Liberazione, iniziano i preparativi per il D-day. Il 6 giugno del 1944 inizia l’Operazione Overlord che porta ad una veloce conquista della Francia sfruttando la superiorità delle forze alleate e giocando sul fattore sorpresa. Il generale De Gaulle entra a Parigi il 26 agosto del ’44. Hitler reagisce allo sbarco in Normandia con l’offensiva delle Ardenne, con la quale riesce a sfondare temporaneamente l’avanzata del contingente statunitense e inglese. Tuttavia, il 7 marzo del ’43 gli alleati passavano il Reno a Remanghen, e l’11 aprile l’Armata Rossa entra a Vienna. Il 25 aprile le truppe statunitensi si incontrano con quelle sovietiche sull’Elba. Alla fine di aprile muoiono Mussolini e Hitler (il primo fucilato dai partigiani, il secondo suicida), a pochi giorni dall’armistizio di Reims (7 maggio 1945).

Il processo di Norimberga chiude la Seconda Guerra Mondiale: diciotto nazioni, che fanno capo alle Nazioni unite, riunirsi per condannare i responsabili dei crimini di guerra appartenenti ai paesi europei aderenti all’Asse. Il processo viene celebrato a Norimberga per il valore simbolico che la città ha assunto nell’ascesa del nazismo: lì erano state emanate le leggi razziali. Gli imputati sono condannati per “crimini contro la pace”, per “crimini di guerra” e per “crimini contro l’umanità”. Nonostante le opposizioni della difesa e l’atteggiamento arrogante dei gerarchi nazisti alla fine del settembre del 1946 sono emesse le sentenze di condanna a morte.


DALLA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE ALLA NASCITA DEL SACRO ROMANO IMPERO:
A cura di: Paolo Scorzoni

Schema riassuntivo dei principali avvenimenti storici nella penisola italica tra il 476 e l'800 d. C.
Nel 476 Odoacre, re degli Eruli, depone Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'Occidente. Il suo regno dura fino al 493, quando Teodorico e gli Ostrogoti scendono a Ravenna, che diventa la nuova capitale.
Il governo degli Ostrogoti si protrae per 27 anni dopo la morte di Teodorico, avvenuta nel 526 d. C..
Guidati dal generale Belisario, nel 553 i Bizantini dell'imperatore Giustiniano sconfiggono gli Ostrogoti dopo una lunga e sanguinosa guerra, che costa loro molte risorse; proprio per questa ragione sono costretti ad imporre ai nuovi sudditi ingenti tasse. L'Impero è riunito, ma senza l'approvazione del popolo.

Paolo Scorzoni, insegnante per passione, si è preparato sul Cooperative Learning e sul metodo Feuerstein. Da 15 anni svolge anche l'attività di formatore collaborando, tramite la società Lindbergh, con numerose scuole in tutta Italia e con la facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Padova. Gestisce il sito per insegnanti
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