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Il Romanticismo. un vasto e complesso movimento
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Ida

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MessaggioInviato: Ven Feb 16, 2007 11:24 am    Oggetto: Complicity Il Romanticismo. un vasto e complesso movimento
Descrizione: movimento culturale, filosofico ed artistico che nasce in Germania e Gran Bretagna tra 1700 e 1800.
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Introduzione e temi principali
Il Romanticismo è un vasto e complesso movimento culturale, filosofico ed artistico che nasce in Germania e in Gran Bretagna a cavallo tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 e che poi si propaga in tutta Europa. Il termine italiano “romantico” deriva dal corrispettivo inglese romantic che, a metà del XVII secolo, designa l’atteggiamento irrazionale e immaginoso nei confronti della realtà, con particolare riferimento alla lettura dei romances (opposti al novel, di ispirazione realistica) e dei romanzi d’avventura. Il termine - che inizialmente ha una sfumatura negativa se non dispregiativa - va poi a definire quel rapporto con il mondo in cui sulla verità naturale prevalgono le sensazioni indistinte, le aspirazioni ideali, il fascino per il mistero e l’ignoto. Questa tensione all’assoluto (resa col termine tedesco Sensucht, “aspirazione, anelito”) si unisce col piacere che deriva dalla categoria estetica “sublime”, ovvero quel piacere che deriva dalla contemplazione di uno spettacolo (soprattutto naturale) grandioso e pauroso al tempo stesso 1.

Se il Romanticismo, soprattutto in campo storico e filosofico, nasce come reazione alla “ragione” illuministica, cui opporre invece il primato della “passione” e del “sentimento”, gli sviluppi e gli influssi culturali del movimento sono davvero sterminati e coinvolgono buona parte della cultura moderna. Il Romanticismo in senso stretto si sviluppa tra fine del XVIII secolo e primi decenni del XIX sulla scia del movimento tedesco dello Sturm und Drang e tra i suoi grandi temi possiamo citare:

•Il primato dell’individualismo: in antitesi all’immagine razionale dell’uomo ereditata dalla filosofia illuministica e aal connesso primato del raziocinio si propugna l’irriducibile individualità di ogni essere umano, nella sua specificità storico-culturale e socio-politica. Ogni uomo, secondo i Romantici, non obbedisce solo ai principi della ragione ma anche (e soprattutto) alle sue passioni e ai suoi sentimenti;
•Lo storicismo: opponendosi all’universalismo della filosofia dei lumi (simboleggiata al meglio dell’impresa dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert) il Romanticismo rivaluta le tradizioni nazionali e il patrimonio culturale di ogni popolo, valorizzando e rivalutando periodi storici (tra tutti, il Medioevo, considerato dagli illuministi un “periodo buio” per l’umanità) prima caduti nel dimenticatoio 2. Parallelamente alla riscoperta della Storia c’è il crescente interesse per il folklore e la cultura popolare, ritenuta depositaria dei valori puri ed autentici ormai smarriti dall’uomo borghese;
•Il sentimento e il dolore: due veri e propri Leitmotiv dell’eroe romantico è l’idea che le passioni e le pulsioni dell’uomo non possano trovare pace, e che la vita sia di fatto un “tendere verso” qualcosa di assoluto ed impossibile, che non è mai dato possedere completamente. L’uomo romantico anzi definisce la propria identità in stretta relazione allo Streben 3 a cui è sottoposto. Da qui la vasta gamma di ansie e disillusioni, speranze e disfatte cui va incontro l’uomo romantico, che si tormenta nella misura in cui la sua sensibilità è troppo sviluppata e il suo desiderio di patire impossibile da soddisfare completamente. Alla ricerca dell’ordine e dell’armonia si sostituisce allora la nostalgia indefinita per qualcosa che non si è posseduto mai del tutto oppure il desiderio irrisolto per ciò che non si può avere. Queste due tensioni spostano spesso in un “altrove” distante nel tempo e nello spazio (l’Oriente esotico, piuttosto che la Grecia classica o i secoli passati) il luogo della pace e della felicità individuali, mentre all’uomo romantico non resta che la “noia” che, intesa come assenza di contrasti e di emozioni, è la peggior condizione possibile 4. L’esaltazione delle passioni individuali conduce anche alla scoperta del lato irrazionale dell’individuo, con un particolare interesse per la dimensione del sogno e della follia;
•Solitudine e titanismo: l’uomo romantico non è in armonia con il mondo in cui vive, che gli sembra piattamente orientato al soddisfacimento dei bisogni puramente materiali. Da qui derivano due atteggiamenti intrecciati tra loro: da un lato, la solitudine dell’eroe, che è tale proprio nella capacità stoica di sopportare le conseguenze della propria eccezionalità; dall’altro, il titanismo, cioè la ribellione volontaria contro forze così grandi e superiori (il Tiranno, il Mondo, la Natura, Dio) che l’inevitabile sconfitta diventa un segno di coraggio e di animo indomito. Esito spesso tragico di queste due tendenze è il suicidio, attraverso cui l’eroe romantico dimostra, in modo estremo, di non volere e di non potere scendere a patti con un mondo che egli non accetta;
•L’amore e la Natura: l’amore (inteso in particolare sotto la forma della passione assoluta e spesso infelice) e la Natura sono i due grandi termini di confronto dell’eroe romantico, che vede nell’esperienza amorosa il vertice più alto del suo animo superiore e nello spettacolo della Natura la rappresentazione plastica e concreta del concetto di “divino”, in cui infondere i propri tormenti e le proprie illusioni, secondo appunto un atteggiamento tragico e titanico. Le figure femminili romantiche sono spesso protagoniste di amori tragici, mentre i paesaggi naturali vedono la prevalenza di scenari notturni, lugubri rovine o cimiteri, boschi e cascate, secondo il gusto del “sublime” e dell’“orrido”. Per altro verso, è possibile che il paesaggio naturale divenga invece il confidente per le inquietudini del protagonista, che qui può finalmente trovare pace e serenità;
•L’ironia: di fronte alla grandezza della Natura e all’Infinito a cui l’uomo tende nel suo Streben c’è posto anche per un atteggiamento antitetico al titanismo e al dolore. quello dell’ironia, che nasce appunto dalla sproporzione tra le aspirazioni ideali e la realtà di fatto in cui l’uomo di trova immerso. Tale concetto verrà teorizzato in particolare da Friedrich Schlegel (1772-1829) nei suoi Frammenti (1797-1798).

Nel suo complesso, il Romanticismo apre allora una complessa ed articolata fase della storia umana, che, inaugurando la modernità, modifica in profondità i rapporti tra l’uomo e il mondo sulla scia di grandi eventi storici come il fallimento della Rivoluzione francese e l’età napoleonica e i primi segnali della Rivoluzione industriale. Il suo effetto è ravvisabile, oltre che in letteratura e in filosofia, anche nelle altre arti. In campo artistico ha molta importanza la teorizzazione sul “sublime”, “l’orrido” 5 e sul “pittoresco” (ovvero ciò che sfugge alla norma e alla convenzione, con particolare riguardo per i paesaggi naturali). Con il Romaticismo, in arte prende spazio quindi la ricerca di temi e soggetti che si allontanino dalla tradizione classica e dal gusto neoclassico. L’arte, nel pensiero romantico, diventa la porta d’accesso privilegiata per la conoscenza e, al tempo stesso, il campo in cui si manifesta al massimo grado l’eccellenza spirituale dell’individuo. Il pensiero romantico, oltre che sulla letteratura, avrà un profondo influsso sulla pittura e la musica, che viene considerata in questo periodo il linguaggio per eccellenza del sublime e di tutto ciò che va oltre le facoltà razionali dell’uomo.

In Inghilterra, gli esempi di arte romantica vanno dalla rivalutazione dell’arte gotica da parte di John Ruskin (1819-1900) fino ai paesaggi dei quadri di William Turner (1775-1851), Johann Heinrich Füssli (1741-1825) e John Constable (1776-1837). In Germania è la pittura di Caspar David Friedrich (1774-1840) ad assurgere a modello e simbolo del movimento stesso, come nel suo quadro più celebre, il Viandante sul mare di nebbia del 1818:


Crediti: Caspar David Friedrich [Public domain], via Wikimedia Commons
In Francia, la scuola pittorica romantica si afferma con Théodore Géricault (1791-1824; La zattera della Medusa, 1818-1819) e Eugène Delacroix (1798-1863; La libertà che guida il popolo, 1830), mentre in Italia la scuola “romantica” è quella di ispirazione risorgimentale di Francesco Hayez (1791-1882; Il bacio, 1859). In ambito musicale, l’espressione più caratteristica del Romanticismo sono il dramma musicale e il “teatro totale” di Richard Wagner (1813-1883). La stagione romantica vede tra i suoi protagonisti anche Ludwig van Beethoven (1770-1827) e Franz Schubert (1797-1828), a cui poi si aggiungono, in area tedesca, Felix Mendelssohn (1809-1847), Robert Schumann (1810-1856), Franz Liszt (1811-1886) e, in Francia, Frédéric Chopin (1810-1849) e Hector Berlioz (1803-1869). Tra i nomi del Romanticismo musicale italiano si possono citare Niccolò Paganini (1782-1840), Gaetano Donizetti (1797-1848), Gioachino Rossini (1792-1868), Vincenzo Bellini (1801-1835) e Giuseppe Verdi (1813-1901).

Il Romanticismo in filosofia
L’infinito è il punto principale attorno cui verte la filosofia romantica. Questo concetto viene definito secondo due modelli differenti: quello panteistico e quello trascendentistico. Secondo il modello panteistico, infatti, il finito è la realizzazione dell’infinito 6. Al suo interno possiamo trovare due ulteriori correnti: quella naturalistica, che identifica l’infinito con la natura, e quella idealistica, che identifica l’infinito con lo spirito. Il modello trascendentalista concepisce invece il finito come una manifestazione solo parziale dell’infinito che muove ben al di là delle forme finite.

Le radici della filosofia romantica rimandano comunque a Immanuel Kant e all’introduzione del concetto di noumeno nella Critica della ragion pura (1787), che definisce la coscienza umana come realtà indipendente e a sé stante. Questo è un punto-chiave della filosofia del Romanticismo, che troverà nell’Idealismo tedesco il suo compimento più pieno. Il fondatore di questa corrente è comunemente considerato Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), che nei Fondamenti dell’intera dottrina della scienza (1794) definisce i concetti di Spirito come attività creatrice e dell’io puro come attività di pensiero che è infinitamente ed ininterrottamente protesa verso l’Assoluto. La lezione di Fichte viene ripresa ed approfondita dall’allievo Friedrich Schelling (1775-1854), che postula come principio di realtà l’Assoluto, in cui il soggetto e l’oggetto sono uniti in maniera indifferenziata. Momento supremo dell’Assoluto e sua massima manifestazione è appunto la creazione artistica.

Il principale filosofo dell’Idealismo tedesco è tuttavia Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), che elabora un sistema compiuto e strutturato (detto “idealismo assoluto”) al cui vertice troviamo lo Spirito assoluto. Nel panorama della filosofia romantica, a fianco dell’idealismo hegeliano, che sancisce il primato della filosofia come attività dell’autocoscienza spirituale, c’è però Arthur Schopenhauer (1788-1860) che, in netta antitesi a Hegel, pone l’accento sulla “volontà” umana.

Il Romanticismo in letteratura
La Germania
Il Romanticismo letterario nasce anch’esso in Germania alla fine del XVIII secolo: il movimento, pur presentando poi considerevoli varietà a livello nazionale, si sviluppa da un lato dal movimento dello Sturm und Drang di Johann Georg Hamann (1730-1788) e Johann Gottfried Herder (1744-1803), e dall’altro attorno al cosiddetto “gruppo di Jena” e alla rivista Athenaeum, fondata nel 1798 dai fratelli Schlegel (Friedrich, 1772-1829; August Wilhelm, 1767-1845) e dal poeta Novalis (Friedrich Leopold von Hardenberg, 1772-1801).

Hamann ed Herder sono i primi sostenitori di concetti-chiave delle poetiche romantiche successive, come quelli della genialità del poeta e del carattere rivelatore e profetico dell’arte, che è l’unico strumento che può e sa interpretare i segni del divino nel mondo (in polemica con l’atteggiamento razionalizzante ed illuministico dei philosophes). Herder formula la distinzione tra poesia d’arte (che è prodotto di un banale procedimento d’imitazione dei classici) e poesia di natura, che invece è “popolare” e sorge spontaneamente dall’azione dei grandi geni (quali sono, per i romantici, Omero, Dante e Shakespeare). Lo Sturm und Drang vede la sua massima espressione in due opere di Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), I dolori del giovane Werther e l’Urfaust (la prima versione del poema drammatico Faust). Figura particolare del clima romantico e assai vicina a Goethe è quella di Friedrich Schiller (1759-1805), che nei suoi scritti teorizza la funzione educatrice dell’arte e lo sviluppo organico delle facoltà umane al di là delle scissioni causate dalla modernità.

Le tesi dello Sturm und Drang sono fatte proprie da Friedrich Schlegel nel suo Corso sull’arte drammatica (1808), che diventa il principale teorico del movimento tedesco: assai importanti sono le tesi sul rapporto con i classici e il favore accordato al genere del romanzo. Per quanto concerne il primo aspetto, è caratteristico del Romanticismo il rifiuto del principio di imitazione, tipico del Classicismo, per privilegiare invece la creatività e il “genio” individuali. In tal senso, vengono meno i modelli tradizionali per i singoli generi letterari, che ora si mescolano e si contaminano 7. In antitesi con il precetto classico della suddivisione degli stili, il Romanticismo sostiene la commistione di stile e contenuto, così che si possa trattare in maniera seria un argomento umile e quotidiano (e, viceversa, trattare comicamente un tema serio e “alto”). A ciò si affianca un nuovo genere letterario, nato tra fine Settecento e inizio Ottocento, ovvero il romanzo. La narrazione lunga in prosa diventa il modello letterario prevalente per illustrare la nuova visione del mondo romantica, soggettiva ed individuale. Per usare le parole di Hegel nelle Lezioni di estetica, il romanzo sostituisce il poema epico come genere letterario egemone, configurandosi come la “moderna epopea borghese” che rappresenta artisticamente “la totalità di una concezione del mondo e della vita”.

Due altri autori rappresentativi del periodo sono Novalis e Friedrich Hölderlin (1770-1843). Nella poesia del primo (Inni alla notte, 1797-1800) si esalta la “notte” come momento privilegiato in cui l’artista può entrare in contatto con l’assoluto e con il principio della divinità, dando libero sfogo alla sua sensibilità interiore. Questa visione idealistica ed irrazionalistica - si è parlato per Novalis di “idealismo magico” - si riflette bene anche nel romanzo incompiuto di Novalis, l’Enrico di Ofterdingen, intriso di elementi topici del Romanticismo (la Sensucht, il ruolo dell’intuizione oltre i limiti della ragione, la nostalgia come percezione del mondo, il viaggio e il legame profondo tra protagonista e natura) e incentrato sul percorso di formazione ed iniziazione del giovane protagonista. La posizione di Hölderlin (le sue opere principali sono, oltre alla raccolta delle liriche, il romanzo epistolare Iperione e una tragedia incompiuta, La morte di Empedocle) è invece a metà strada tra il Classicismo, considerato come unità di misura ed pace, e il Romanticismo. La poesia e la bellezza sono per Hölderlin lo strumento per attingere l’armonia perduta e per consolarsi dai mali e dalle angosce del mondo reale.

L’Inghilterra
Il movimento romantico conosce nell’Inghilterra la sua prima terra d’esportazione. L’Inghilterra, infatti, vede affermarsi lungo tutto il XVIII secolo due correnti letterarie, quella sepolcrale e quella ossianica, da cui si svilupperanno in seguito le manifestazioni più strettamente romantiche. La poesia sepolcrale nasce da riflessioni intorno alla morte e allo scorrere inesorabile del tempo, affiancate dal fascino cupo e notturno dei cimiteri. Tra i massimi esponenti di questo genere possiamo ricordare Robert Blair (1699-1746), Edward Young (1683-1765), autore dei Pensieri notturni, e in particolare Thomas Gray (1716-1771) con la sua celebre Elegia scritta in un cimitero campestre 8. La poesia ossianica (il nome si ispira ad un leggendario cantore, o bardo, della tradizione gaelico-irlandese) invece ripropone in veste moderna l’antica epica scozzese e tratta quindi di cavalieri erranti nella brughiera, di amori segnati dalla morte e dalla sventura e di spettri che tormentano nella notte i propri discendenti senza riuscire a trovare pace. La moda ossianica 9 nasce con la pubblicazione dei Canti di Ossian, editi nel 1760 dal poeta James Macpherson (1736-1796), che li spaccia come un ritrovamento di liriche del III secolo d.C. In realtà si tratta di un falso storico, in quanto Macpherson, partendo da pochi frammenti, scrive di suo pugno gran parte dei testi.

Il romanticismo inglese nasce però ufficialmente solo nel 1798, con la Prefazione alle Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge. Il compito che i due poeti si pongono è quello di rappresentare la vita quotidiana e il rapporto dell’uomo con le piccole cose della vita e in particolare con la Natura, al cui interno si nasconde però una fitta rete di senso e mistero, che spetta alla poesia indagare e rappresentare in forme eleganti ed ordinate (come da esempio nella lirica Daffodils). Se Wordsworth (1770-1850) rappresenta la parte più razionale di questo binomio poetico, Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) è il componente più irregolare e romantico, come dimostrano alcuni suoi testi come La ballata del vecchio marinaio (1797-1798) e l’incompiuto Kubla Khan (1816). Un altro autore tipico del panorama romantico inglese è Lord George Byron (1788-1824), le cui opere (ma soprattutto la biografia personale) definiscono la tipologia dell’eroe letterario che, incurante dei propri nobili natali, disprezza le ricchezze materiali e le rigide norme sociali in favore dell’amore passionale e di una ricerca del sé che culmina con l’autodistruzione. John Keats (1795-1821), poco noto e apprezzato in vita, ricopre invece il ruolo del poeta romantico cantore della bellezza ideale (che in particolare sarà quella dell’arte e dell’architettura greche), intesa come l’unico valore che sopravvive alla precarietà dell’esistenza grazie alla funzione eternante della poesia e dell’immaginazione. “Manifesto” di questa concezione dell’arte è l’Ode su un’urna greca (1819) dove - quasi anticipando le posizioni dell’estetismo di Oscar Wilde - Keats afferma: “Beauty is truth, truth beauty” (“La bellezza è verità, la verità è bellezza”). Sul versante immaginifico e misticheggiante, è invece di spicco la figura di William Blake, incisore ed autore, tra le altre cose, dei Songs of Innocence e dei Songs of Experience, dove compaiono le poesie The Lamb e The Tyger.

Sul piano romanzesco, gli autori di riferimento sono invece Walter Scott (1771-1832) e Jane Austen (1775-1817). Il primo è considerato con Ivanhoe (1820) l’ideatore del romanzo storico come oggi lo conosciamo. Scott dà vita ad una vicenda in cui gli eventi storici realmente accaduti si mescolano con l’invenzione letteraria senza scadere nel meraviglioso nel fantastico, ma evocando - in linea con lo storicismo e la riscoperta del Medioevo del movimento romantico - l’atmosfera della storia inglese del XII secolo. In Jane Austen, autrice di romanzi come Ragione e Sentimento (1811), Orgoglio e pregiudizio (1813) ed Emma (1815), la componente romantica è declinata nella raffinata analisi ed introspezione psicologica sui personaggi femminili della middle class in via d’ascesa d’inizio Ottocento.

Francia e Italia
In Francia il Romanticismo si diffonde nei salotti parigini grazie al pamphlet di Madame de Staël (Anne-Louise Germaine Necker, 1766-1817) De l’Allemagne (Sulla Germania, 1810), dove la scrittrice e nobildonna di origini svizzere si interessava alla cultura, alla filosofia e all’arte tedesche incoraggiandone e favorendone la diffusione e attirandosi indirettamente le ire del governo di Napoleone Bonaparte. Il Romanticismo francese vede poi tra i suoi protagonisti Alphonse de Lamartine (1790-1869) e Alfred de Vigny (1797-1863) e si diffonde poi nelle opere di Victor Hugo (1802-1885; oltre alla già citata Prefazione del Cromwell, si possono citare Notre-Dame de Paris e I miserabili), di Stendhal (pseudonimo di Henri Beyle, 1783-1842), autore de Il rosso e il nero (1831) e La certosa di Parma (1839), e François-René de Chateaubriand (1768-1848), che pubblica René nel 1802.

Il Romanticismo italiano nasce invece a seguito della pubblicazione, sul primo numero del periodico «Biblioteca Italiana» (organo ufficiale del ricostituito governo austriaco), di un articolo di Madame de Staël, già animatrice del dibattito culturale francese coll’opuscolo De L’Allemagne: il testo, intitolato significativamente Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, è di chiara ispirazione romantica (l’importanza del sentimento e dell’ispirazione poetica, l’attenzione alle differenze nazionali, il rifiuto dei modelli classici, l’esaltazione della creatività) e sostiene il ruolo cruciale delle traduzioni dalle letterature straniere per svecchiare la tradizione nazionale, ancora legata al gusto della mitologia classica e a una letteratura più di forma che di sostanza. Scoppia così la cosiddetta polemica tra classicisti e romantici, che vede i primi schierati a difesa della tradizione nazionale e altri, identificati soprattutto attorno al gruppo milanese che poi darà vita alla rivista «Il Conciliatore» (1818-1819), che si fa portavoce delle istanze progressiste e liberali della classe alto-borghese ed aristocratica lombarda e della nuova idea di letteratura. Di questo gruppo fanno parte ad esempio Silvio Pellico (1789-1854), Ludovico Di Breme (1780-1820), Pietro Borsieri (1788-1852) e Giovanni Berchet (1783-1851), tutti sostenitori di una cultura nuova e al passo con i tempi, che si ponga come problema anche quello dell’indipendenza nazionale 10.

“Manifesto” dell’atteggiamento dei romantici lombardi è un breve testo con cui Giovanni Berchet partecipa al dibattito sulle pagine del «Conciliatore», ovvero la Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo. Qui Berchet, che si nasconde dietro la figura fittizia di Grisostomo (ironicamente, la “bocca d’oro”) che scrive al figlio raccomandandogli la lettura e lo studio dei nuovi scrittori “romantici” (la de Staël stessa, Giambattista Vico, Schlegel e Schiller), identificandone le qualità specifiche. Emerge così il concetto di poesia popolare, che è opposta alla maniera imitativa dei classicisti e che per Berchet-Grisostomo sa assecondare e coltivare lo spirito nazionale, e la differenza tra romanticismo e classicismo, che è solo “imitazione di imitazione”, in quanto non sa che replicare senza sentimento né partecipazione le formule degli antichi. In particolare, l’autore della Lettera semiseria mette a fuoco molto bene il nuovo pubblico cui deve rivolgersi lo scrittore romantico: non si tratta né dei troppo sofisticati “parigini” (corrispondenti al pubblico troppo sofisticato e incline solo al ragionamento astratto) né dei troppo ignoranti “ottentotti” 11, ma della categoria intermedia del “popolo”, che costituisce la fetta più ampia dell’uditorio. Il programma culturale di Berchet-Grisostomo si caratterizza quindi per la sua apertura e per la ricerca del dialogo attivo con le nuove forze della società, come conferma anche l’escamotage ironico con cui si chiude la lettera (appunto, “semiseria”): Grisostomo, fingendo di ritrattare le sue posizioni, consiglia al figlio di lasciar perdere i suoi consigli e di tornare al rassicurante studio dei classici.

Le posizioni del Romanticismo lombardo trovano in Alessandro Manzoni (1785-1873) il loro principale esponente, sempre su quella linea che coniuga rinnovamento della tradizione letteraria e ideologia liberale in campo politico. In tal senso è molto importante il dramma storico Il conte di Carmagnola, che nel 1820 rinfocola le polemiche tra romantici e classicisti. Nella Prefazione alla sua opera Manzoni aderisce alle posizioni romantiche rifiutando, in virtù della natura soggettiva della creazione artistica, le tre unità aristoteliche (tempo, spazio e azione) ereditate dalla tradizione, ritenendole “principi arbitrari” o sostenendo al contrario la necessità del rapporto tra verità storica e “scopo morale” dell’opera d’arte. L’autore, allineandosi alle tesi sostenuto da Friedrich Schlegel, riscopre poi la funzione del “coro”, cui affida il ruolo di esporre il punto di vista morale dell’autore. Le posizioni manzoniana sono ribadite con notevole coerenza anche nella Lettre à Monsieur Chauvet del 1823, in cui l’autore replica alle critiche mossegli dal letterato francese Victor Chauvet. Manzoni esprime limpidamente l’esigenza di una profonda analisi storica, in cui il rispetto del “vero storico” (come poi sarà ne I promessi sposi) è la condizione fondamentale per l’interesse dello spettatore, senza che sia necessaria suscitare passioni violente e moralmente discutibili per incuriosire il pubblico. In questa conciliazione tra rispetto della verità storica e invenzione poetica sta per Manzoni il fine educativo dell’arte. Altro testo teorico manzoniano sulla questione è la lettera Sul Romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio in cui, all’interno della polemica con il fronte classicista (la lettera è del 1823, anche se pubblicata solo nel 1846), l’autore delinea alcune linee di poetica fondamentali, come il rifiuto dell’imitazione dei classici, della mitologia e delle unità aristoteliche. Manzoni afferma anche qui la necessità di perseguire il “vero”, tenendo ben presenti le finalità morali dell’arte (per Manzoni, il Romanticismo è anzi vicino alla sensibilità cristiana) ma senza dimenticare la necessità di interessare e coinvolgere i lettori con vicende tratte dalla vita quotidiana. Si tratta di elementi che si ritrovano anche nei Promessi sposi a partire dalla scelta, dichiarata nell’Introduzione, di dedicarsi alle vicende di “genti meccaniche, e di piccol affare” 12 fino alla concezione della Storia e della Provvidenza che emerge dal finale del romanzo.


1 Il primo teorico del “sublime” è il filosofo e politico inglese Edmund Burke (1729-1797) nella sua Indagine filosofica sull’origine delle nostre idee sul sublime e sul bello (1757). Parte di queste osservazioni estetiche saranno riprese da Kant nella Critica del giudizio (1790).

2 In particolare, è nel Romanticismo tedesco che, secondo un’ottica nazionalista, il Medioevo diventa la fase storica in cui la nazione tedesca si è formata ed affermata. In modo analogo, anche il Romanticismo italiano assumerà una coloritura politica, affiancandosi spesso ai moti risorgimentali contro la dominazione austriaca.

3 Si tratta di un verbo tedesco che significa “aspirare, tendere verso, mirare a qualcosa” e che identifica appunto la tensione costante e sempre insoddisfatta dello spirito romantico.

4 Il tema della “noia” come condizione esistenziale è ad esempio centrale nella poesia e nella riflessione filosofica di Giacomo Leopardi, come ne Il sabato del villaggio (vv. 40-41: “diman tristezza e noia | recheran l’ore [...]”), nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (v. 116: “senza noia consumi in quello stato”) o in A se stesso (vv. 9-10: “Amaro e noia | la vita, altro mai nulla; [...]”) oppure nelle Operette morali.

5 Il senso dell’orrido rimanda a qualcosa che affascina nella misura in cui è brutto e che genera quindi paura e ribrezzo; in particolare il termine è usato come sostantivo per luoghi molto scoscesi attraversati da un rapido corso d’acqua che cade, con molto fragore, creando una spettacolare cascata.

6 All’interno di questa corrente, uno dei primi filosofi e teologi romantici, Friedrich Schleiermacher (1768-1834), rivendica la preminenza della religione rispetto ad altre forme dello spirito. La religione, che per Schleiermacher è sentimento o intuizione di ciò che è infinito, si identifica con la coscienza del finito di essere un’unità con l’infinito. Il Romanticismo di Schleiermacher è allora panteistico: l’individuo stesso, immerso nell’infinito, è infinito a sua volta.

7 È la tesi sostenuta da Victor Hugo nella Prefazione del suo dramma storico Cromwell, che segna l’atto di nascita del romanticismo francese e influenza la letteratura nazionale lungo tutto il diciannovesimo secolo.

8 Il tema sepolcrale troverà prosecutori anche in Italia, nel poemetto I cimiteri di Ippolito Pindemonte e poi soprattutto nel carme Dei sepolcri di Ugo Foscolo.

9 In Italia i Canti di Ossian vengono tradotti da Melchiorre Cesarotti nel 1763, incontrando subito grande successo.

10 Non a caso, «Il Conciliatore» verrà chiuso dalle autorità austriache.

11 “Ottentotto” è il nome di una tribù indigena sudafricana, scoperta dai primi esploratori boeri nel diciassettesimo secolo; il termine si diffuse generalmente per indicare una persona particolarmente rozza, barbara ed ignorante.

12 A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di E. Raimondi e L. Bottoni, Milano, Principato, 1988, pp. 1-2.
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MessaggioInviato: Ven Feb 16, 2007 11:24 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Sab Feb 17, 2007 6:17 am    Oggetto: Idea L’Illuminismo: riassunto delle idee principali
Descrizione: Le Rivoluzioni Industriali, la Borghesia e la Rivoluzione Francese
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Illuminismo: significato
Definizione
Movimento filosofico che si sviluppa in Europa nel corso del XVIII secolo e che proclama il primato della ragione umana, che ha il compito di “illuminare” la vita e l’esistenza degli uomini liberandoli dalle false ed illusorie credenze dei pregiudizi, delle superstizioni e dei dogmi di ogni natura e tipo.

Gli ideali dei Lumières - considerati anche alla base della visione del mondo della nuova classe borghese che inizia ad affermarsi con la Rivoluzione industriale - caratterizzeranno profondamente la filosofia e la cultura del Settecento e dell’Ottocento, intersecandosi con gli eventi della Rivoluzione francese e poi con il movimento del Romanticismo.

Spiegazione
L’illuminismo pone come propri capisaldi l’uso della ragione e il progresso dell’umanità, che procedono di pari passo e che devono costituire le basi della liberazione dell’uomo dall’oppressione politico-religiosa dei ceti dominanti (clero e aristocrazia in particolare). Lo strumento della ragione, correttamente utilizzato, consente infatti la critica dei pregiudizi ereditati passivamente dalla tradizione e tramandati dal principio di autorità (con particolare riferimento all’ipse dixit).

Immanuel Kant, nel suo Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (1784), definisce l’illuminismo come “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, dove con “minorità” di intende “l’incapacità di valersi del proprio intelletto”. Un concetto cardine è così quello kantiano di “tribunale della ragione”, a cui spetta il compito di determinare la legittimità di ongi tipo di sapere umano.

In coerenza con questo atteggiamento, si possono indicare tra le linee-guida dell’Illuminismo l’impegno critico e militante della ragione contro le religioni “positive” e contro il tradizionalismo della Chiesa (cui si contrappone una religiosità naturale e razionale), la convinzione che il sapere e la cultura siano le fonti principali del progresso collettivo, la laicizzazione della vita collettiva e la fiducia nell’educazione e nella formazione dell’uomo, il rinnovato interesse per la storia.

Rilevanti sono poi le diverse tradizioni e i differenti sviluppi nazionali che confluiscono nel movimento dell’illuminismo. In Inghilterra è rilevante la linea che va da Francis Bacon (1561-1626) a John Locke (1632-1704) e Isaac Newton (1624-1727); in Francia, sono centrali figure come Voltaire (1694-1778), Denis Diderot (1713-1784) e Jean Baptiste D’Alembert (1717-1783), curatori della celebre Encyclopédie (1751-1772), Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e Nicolas de Condorcet (1743-1794). In Italia e in Germania possiamo ricordare rispettivamente le figure di Pietro Verri (1728-1797) e Cesare Beccaria (1738-1794), autore del trattato Dei delitti e delle pene (1764), Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) e Johann Gottfried Herder (1744-1803).


L’Illuminismo: riassunto delle idee principali da Kant a Rousseau
A cura di Matilde Quarti

Aspetti generali
La critica a tradizione, pregiudizio e religione

L’Illuminismo è un movimento culturale e filosofico che si sviluppa in particolare in Francia e in generale tutta Europa nel XVIII secolo, e che propugna i valori della ragione, dello spirito critico e della circolazione democratica del sapere. Per gli illuministi, la ragione è lo strumento principe di cui la filosofia deve servirsi come guida in tutti i campi del sapere e della conoscenza, con il fine ultimo di un miglioramento della vita associata degli uomini. Indicativa, da questo punto di vista, la definizione di illuminismo che dà il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) nel suo saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo (1784):

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto!

L’illuminismo si pone quindi alcuni obiettivi critici, da condurre davanti al cosiddetto “tribunale della ragione”; tra questi:

1) Il tradizionalismo in ogni suo aspetto, che dev’essere sottoposto a stretta indagine metodologica contro il principio dell’auctoritas, in un clima culturale ed intellettuale di secolarizzazione e laicizzazione del sapere nel suo complesso. In questo senso, l’Illuminismo si pone sulla scia del razionalismo seicentesco, ed è erede dell’impostazione scientifica di Galileo Galilei (1564-1642) e di Isaac Newton (1642-1727);

2) La superstizione e il pregiudizio fanatico in ogni loro forma, cui l’Illuminismo oppone - oltre all’indagine della ragione e della conoscenza empirica - il valore della tolleranza e la critica alle gerarchie dell’Ancien Régime che collocavano aristocrazia e clero al vertice della piramide sociale;

3) Le religioni rivelate (o “positive”), intese come sistemi di dogmi, riti e regole morali imposte dall’autorità politico-religiosa in maniera normativa, ma non validate dalla ragione. L’Illuminismo rivendica l’esercizio del libero arbitrio e si fa portatore di una prospettiva antimetafisica, che non si risolve tanto nell’ateismo quanto nel deismo, una forma di religiosità razionale che rifiuta il concetto di rivelazione delle religioni “storiche”. Le religioni sono inoltre percepite come responsabili, insieme con il potere politico, della condizione di ignoranza e di schiavitù culturale di larga parte del genere umano.

Il ruolo del filosofo: ottimismo, progresso, tolleranza
Il filosofo illuminista, o philosophe, si pone quindi una missione civile ben precisa: quella di “illuminare” il modo di ragionare e il rapporto con il mondo di chi gli è accanto, diffondendo i valori della ragione, della critica, del sapere come fonte di miglioramento concreto della realtà. Il primato della ragione, per la filosofia dei lumi, non dev’essere mai fine a se stessa, ma conoscere sempre una declinazione pratica nella vita collettiva.

A ciò si collegano due valori cardinali di tutto l’Illuminismo: la fiducia ottimistica nel progresso (sia quello intellettuale sia quello scientifico), che migliora le condizioni di vita dell’uomo e che influenza la concezione stessa della storia da parte degli illuministi, e il valore della tolleranza, che deve ispirare sia la vita quotidiana di ciascuno sia garantire la pacifica convivenza tra religioni. L’obiettivo è quindi quello di raggiungere il massimo grado di felicità condivisa; per fare ciò, i campi d’azione del philosophe sono principalmente due: l’azione diretta sui sovrani europei 1 o l’argomentazione del proprio pensiero presso l’opinione pubblica in via di formazione.

L’illuminismo, la borghesia e la Rivoluzione francese
Questi aspetti collegano storicamente l’Illuminismo all’emersione della borghesia sette-ottocentesca, della cui affermazione il movimento illuminista costituisce una fondamentale premessa teorica. Diversi sono i fattori che collegano il movimento alla nuova classe sociale in ascesa. Innanzitutto, c’è il richiamo alla ragione e al sapere pratico; in tal senso, le radici del movimento possono esser rintracciate nella corrente di pensiero dell’empirismo inglese, caratterizzato anch’esso dal principio dell’autolimitazione della ragione all’esperienza. Espressione peculiare di questa ricerca di ordine e di fiducia nella scienza è, nell’Illuminismo francese, la grande operazione culturale dell’Encyclopédie, curata tra il 1751 e il 1772 da Denis Diderot (1713-1784) e Jean-Baptiste D’Alembert (1717-1783). In questa sistemazione del sapere dell’epoca, l’uomo e le sue iniziative diventano il soggetto della storia, intesa come vettore di progresso e campo concreto di applicazione degli ideali dei Lumi. Se il passato è percorso dalle ombre del tradizionalismo e della superstizione, il presente e il futuro sono invece illuminati dalla fiducia nella ragione e nel metodo e dalla rivalutazione delle scienze pratiche.

Altra fondamentale connotazione dell’Illuminismo è la sua attenzione per i problemi politici e giuridici, nel periodo di passaggio dalle monarchie assolutistiche alla società borghese. Anche se l’Illuminismo non ha mai avuto un programma politico organico, tra le idee principali del movimento queste possiamo identificare:

1) la felicità, intesa come pace tra gli uomini, soddisfatti nei rispettivi bisogni materiali e spirituali;

2) la libertà dal giogo del potere politico di stampo assolutistico ed aristocratico;

3) la laicità delle istituzioni pubbliche, che necessitano di essere salvaguardate dalle ingerenze ecclesiatiche;

4) il superamento delle barriere delle singole nazionalità in vista di una situazione di fraternità generale tra popoli;

5) uno stato di diritto governato dalle leggi invece che dagli uomini.

Tutti questi punti sono fondanti per le rivendicazioni giuridiche circa i diritti fondamentali di uguaglianza, libertà e rappresentatività cui si ispirano le moderne costituzioni. Tali rivendicazioni costituiscono il retroterra ideale su cui che verrà condotta la battaglia della borghesia francese contro la nobiltà e i suoi privilegi del clero nella Rivoluzione del 1789.

L’illuminismo in Europa
L’illuminismo in Francia e in Inghilterra
L’illuminismo ha il proprio centro propulsore in Francia, dove è fondamentale la battaglia politica e culturale al tempo stesso di Diderot, D’Alembert e gli altri philosophes dell’Encyclopédie, fautori di un riformismo critico del sistema sociale, problema particolarmente sensibile dopo gli anni di monarchia “assoluta” di Luigi XIV (1638-1715) e Luigi XV (1710-1774) e, in generale, dell’Ancien Régime.

Possiamo considerare il primo manifesto dell’Illuminismo francese il Dizionario storico e critico (1697) di Pierre Bayle (1647-1706), incentrato sulla necessità di superare le superstizioni e i pregiudizi, secondo l’atteggiamento di indagine razionale che sarà poi ereditato da Charles Louis Montesquieu (1689-1755; Lo spirito delle leggi, 1748), Voltaire (François-Maire Arouet, 1694-1778) e Nicolas de Condorcet (1743-1794). Sviluppi in direzione materialistica e naturalistica, nonché di riforma sociale, sono invece l’oggetto degli studi di Denis Diderot, Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) e Paul Henry Thiry D’Holbac (1723-1789). Particolare è poi l’esperienza di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), su cui si fondano i principi democratici illuministici e che è stato - più volte a torto - ritenuto il padre spirituale della rivoluzione francese per le sue teorizzazioni della sovranità popolare e la sua difesa delle istanze democratiche.

Se la Francia ne è il centro propulsore, l’Inghilterra può essere considerata la prima culla dell’Illuminismo, sviluppato soprattutto in direzione di un’indagine di questioni morali e religiose. In particolare, l’Illuminismo inglese, conduce un’aspra polemica religiosa, contrapponendo ai culti istituzionali una religione naturale fondata sulla ragione e solo su quelle verità che la ragione può raggiungere. I suoi principali esponenti sono Bernard de Mandeville (1670-1733), che identifica nel male e nel vizio il fondamento della società, e Adam Smith (1723-1790; Teoria dei sentimenti morali, 1759), il primo pensatore a dare un’esposizione scientifica dell’economia politica. Molto importante poi è la filosofia di John Locke (1632-1704) e David Hume (1711-1776).

L’Illuminismo in Germania e in Italia
L’Illuminismo tedesco, invece, vive una minor politicizzazione del pensiero, assestandosi su un indirizzo più razionalistico e accademico. Christian Wolff (1679-1754) è sostenitore di un metodo filosofico le cui regole siano analoghe a quelle matematiche; Alexander Gottfried Baumgarten (1714-1762) è indicato come il fondatore dell’estetica tedesca; Gottfried Efraim Lessing (1729-1781) sostiene invece l’immanenza di Dio nel mondo come spirito di armonia.

In Italia, l’Illuminismo italiano è composto da figure strettamente legate alla scena politica e sociale, il cui pensiero si è di conseguenza sviluppato in tematiche di ordine giuridico, economico e morale. Milano è il centro più vivo dell’Illuminismo in Italia, con il periodico «Il Caffé», diretto nel biennio 1764-1765 dai fratelli Pietro e Alessandro Verri. Pietro Verri (1728-1797), oltre che animatore della vita culturale milanese, è anche economista e filosofo e fonda la il suo pensiero su un’analisi del piacere morale e di quello fisico che avrà elaborazione compiuta nel Discorso sull’indole del piacere e del dolore (1728-1797). Cesare Beccaria (1738-1794) con il suo celebre Dei delitti e delle pene (1764) apre invece il diritto penale all’indagine razionale, proclamando che il fine di ogni vita associata sia “la massima felicità divisa nel maggior numero”.

1 In questo caso, si conierà l’espressione di “monarchia illuminata” o “dispotismo illuminato” per regnanti quali Federico II di Prussia, detto “Il Grande” (1712-1786), Maria Teresa d’Austria (1717-1786), Caterina II di Russia (1729-1796) e Leopoldo di Toscana (1747-1792).


LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
La Rivoluzione industriale porta con sé una trasformazione radicale di ogni ambito della vita umana: dalla crescita esponenziale della popolazione mondiale all’esplosione dei fenomeni migratori su larga scala (tra 1815 e 1914, ad esempio, abbandonano l’Europa circa 60 milioni di persone), dallo sviluppo della vita urbana ai nuovi rapporti tra città e campagna.

L’industrializzazione non è un fenomeno privo di squilibri e disarmonie: ai boulevards e ai centri cittadini, simboli dell’affermazione della borghesia capitalistica fanno da contraltare le condizioni di vita del proletariato industriale, spesso confinato negli squallidi e degradati slums sorti accanto alle fabbriche. Le prime forme di organizzazione della classe operaia sono così osteggiate dal potere, che interviene con leggi specifiche per arginare proteste e scioperi, o per sedare ribellioni violente quali quelle del movimento luddista in Inghilterra nei primi decenni dell’Ottocento. In tal senso, le Trade Unions e il movimento cartista si faranno portavoci delle richieste della nuova classe lavoratrice.

Anche il pensiero borghese elabora nel frattempo i propri valori e la propria filosofia: Adam Smith (1723-1790) sintetizza ne La ricchezza delle nazioni (1776) i capisaldi del pensiero liberista, cui poi si rifaranno David Ricardo (1772-1823) e Thomas Robert Malthus (1766-1834) e, in generale, tutta l’economia classica. Tra le fondamenta del laissez-faire, c'è la convinzione che lo Stato debba intervenire il meno possibile nelle faccende economiche, per lasciare il maggior grado di libertà possibile all’iniziativa privata.

La Rivoluzione industriale porta con sé una trasformazione radicale in ogni ambito della vita umana. Partendo da un profondo stravolgimento del sistema produttivo, traccia la via per alcuni, fondamentali, cambiamenti in Europa e nel mondo sia a livello economico, con la crescita e la maturazione del capitalismo, sia a livello sociale e politico, con la formazione della borghesia industriale, proprietaria dei mezzi di produzione, e la classe operaia.

La forte crescita demografica in Europa nel corso dell'Ottocento, unita al calo dei prezzi dei trasporti, ha innescato un processo migratorio molto consistente, il quale si può suddividere in due tipologie:

La migrazione internazionale, che tra il 1815 e il 1914 ha portato all'abbandono dell'Europa da parte di circa 60 milioni di persone. La destinazione preferita è l'America del Nord (35 milioni negli Stati Uniti e altri 5 in Canada), ma anche il Sudamerica ha attirato molta della popolazione europea in viaggio (12-15 milioni). Le isole britanniche fornisce il maggior numero di emigranti. La Germania e i Paesi scandinavi registrano un forte numero di partenze. Importante è anche l'emigrazione interna all'Europa, con un progressivo spostamento di popolazioni slave e polacche verso Ovest.La migrazione interna, invece, è ancora più fondamentale della precedente per la Rivoluzione industriale. L'Ottocento vive un forte spostamento di popolazione dalla campagna verso la città, con una conseguente crescita degli abitanti nelle zone urbane: dal 1800 al 1900 in Gran Bretagna la percentuale di persone residente in città passa dal 30% al 75% della popolazione totale. Questo fenomeno si verifica soprattutto nei Paesi che per primi intraprendono la strada dell'industrializzazione.
L'emigrazione, nella maggior parte dei casi, è una decisione dettata dal tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita, cercando occasioni di lavoro nelle grandi città del proprio Paese che si andavano a costruire in quel periodo, oppure tentando l'avventura verso le Americhe, in larga parte ancora disabitate.

Le città, con la fondazione di nuove imprese e un afflusso praticamente continuo di nuova popolazione, sono state il fulcro dello sviluppo industriale, subendo dei cambiamenti notevoli sia in termini di grandezza, sia a livello di architettura. Fino ad allora il principale ostacolo alla crescita delle città è stata l'impossibilità di rifornire così tante persone occupate in attività industriali anziché agricole: questo problema è stato superato grazie alle innovazioni tecnologiche, le quali hanno permesso di liberare moltissima forza lavoro nelle campagne, incrementando allo stesso tempo la produzione agricola.

La forte migrazione interna dalle campagne alla città ha comportato una crescita del territorio urbano: i nuovi arrivati si stabiliscono nei dintorni delle fabbriche in abitazioni di fortuna, portando alla creazione di veri e propri quartieri che in Gran Bretagna prendono il nome di slums. Questi sobborghi sono però in condizioni molto precarie dal punto di vista igienico-sanitario: molto frequenti ad esempio le epidemie di colera, malattia che si diffonde in luoghi sovraffollati ed inadeguati per la salubrità delle acque.

Il confronto tra centro e periferia delle città è impietoso:
Il centro, ampliato con l'abbattimento delle mura difensive ritenute oramai superflue, è composto dai primi quartieri residenziali dedicati alla borghesia industriale, affiancati da uffici, negozi e servizi. Le città più importanti, come Londra, Parigi e Berlino, operano diversi interventi per rendere questa zona della città maggiormente vivibile: abbiamo quindi periodi di grandi lavori pubblici, che trasformano completamente il fulcro del territorio urbano. Un esempio è il Piano portato avanti dal Barone Georges Eugène Haussmann (1809-1891), prefetto del Dipartimento della Senna tra il 1853 e il 1870, che trasforma Parigi dotandola di grandi viali (i famosi boulevards), mezzi di trasporto pubblici, illuminazione stradale e un sistema di fognatura efficiente.Le periferie appaiono in forte degrado, senza interventi di pianificazione rilevanti. I sistemi di fognatura e acque correnti non sono obbligatori, e la vicinanza alle fabbriche rende l'aria malsana e inquinata.
Il passaggio dall'agricoltura alle nuove forme industriali e la crescita delle città determinano la nascita di nuove classi sociali. L'aristocrazia terriera, classe dominante nelle società di Ancien régime basata sulla proprietà della terra come fonte di potere politico ed economico, nel corso dell'Ottocento è messa progressivamente in disparte e poi sostituita dalla nascente borghesia industriale, la quale grazie alla progressiva esplosione della Rivoluzione industriale ottiene una crescente influenza, fino a divenire il nuovo ceto sociale egemone. Contemporaneamente a questo periodo si ha il forte sviluppo delle classi lavoratrici, soprattutto in città, in seguito definite sotto la categoria collettiva di “classe operaia” o “proletariato” da Karl Marx (1818-1883), filosofo, economista, storico e sociologo tedesco. Il proletario, secondo l'accezione di Marx, è colui che presta la propria forza lavoro in cambio di un salario che gli consenta la sopravvivenza.

A fronte di condizioni di vita, sia nelle abitazioni che nei luoghi di lavoro contraddistinte da un forte degrado, nel corso del secolo si hanno le prime forme di solidarietà e mutua assistenza operaia, le quali avrebbero dovuto garantire una sorta di autodifesa delle classi operaie di fronte al crescente sfruttamento sul lavoro. Il movimento in senso moderno nasce in contemporanea allo sviluppo dell'industria moderna: in generale si possono distinguere tre fasi nell'atteggiamento della maggior parte dei Paesi occidentali riguardo all'associazionismo di stampo operaio:

Una prima fase di repressione, esemplificata dalla legge Le Chapelier in Francia (1791), dai Combinations Acts in Gran Bretagna (1799-1800) e da legislazioni analoghe in altri Paesi.Una seconda fase, nella quale i governi hanno concesso ai sindacati una tolleranza limitata, accettandone la costituzione ma perseguendoli in caso di atti apertamente di conflitto, come ad esempio gli scioperi. In questo periodo può essere presa come esempio l'abrogazione dei Combination Acts in Gran Bretagna dal 1824-25.Una terza fase, limitata però solamente ad alcune realtà nel corso del Novecento, contraddistinta da un'autorizzazione del pieno diritto all'organizzazione per gli operai e le operaie.
In Gran Bretagna si ha una prima forma di lotta politica con il cosiddetto luddismo. Il movimento prende forma a partire dalle proteste che i lavoratori di maglie e calze al telaio (i framework-knitters) a cavallo fra il 1811 e il 1824. Questi operai, che svolgono la loro attività prevalentemente a domicilio, sono stati fortemente penalizzati dalla nascita delle prime fabbriche, dove venne concentrata gran parte della produzione: l'industrializzazione ha infatti comportato, per i framework-knitters, una forte riduzione di lavoro e una crescente difficoltà a guadagnarsi da vivere. La notte del'11 marzo 1811 una folla di lavoratori e disoccupati distruggono più di sessanta telai a Nottingham: le proteste divampano poi in tutta la contea, dove gruppi organizzati procedono a distruggere queste macchine industriali, prese come nemico simbolico della protesta. I tumulti hanno luogo all'urlo di: “È Ned Ludd che ce lo ordina!”, riprendendo la figura, forse mai esistita, un giovane che, come forma di protesta, avrebbe distrutto un telaio nel 1779. Ludd ben presto è preso come simbolo della ribellione violento contro la diffusione dell’industrializzazione e delle sue macchine industriali, e come protettore di tutti i salariati. Durante l'intero 1811 si ripetono degli attacchi da parte dei luddisti, che oltre al Nottinghamshire si allargano al Derbyshire e al Leicestershire: oltre a ciò, il clima generale di favore da parte della popolazione contribuiscono ad alimentare un atteggiamento di omertà. Il governo inglese reagisce nel 1812 con la Frame Breaking Bill, che introduce la pena di morte per coloro trovati a distruggere macchine per produzione industriale.

In questi anni alla lotta luddista si aggiungono anche operai di altri settori, come i lavoratori dell'industria cotoniera e laniera. A seguito poi dell'abrogazione delle leggi contro l'associazione molti luddisti confluiscono nelle nascenti Trade Unions, essenzialmente delle associazioni nazionali di categoria con l'obiettivo di migliorare le condizioni economiche dei lavoratori. In seguito poi si uniscono, in parte, anche alla lotta dei cartisti per ottenere:

Il voto garantito ad ogni maschio di ventuno anni, sano di mente e mai condannato;Il voto segreto per proteggere l'elettore nell'esercizio del suo diritto di voto;Nessun obbligo di proprietà nella qualificazione per concorrere ad essere membro del Parlamento.L'indennità parlamentare, per consentire a tutti i lavoratori di servire lo Stato senza essere penalizzati economicamente;La revisione delle circoscrizioni elettorali, assicurando la stessa quantità di rappresentanti a un pari numero di elettori;Il Parlamento Annuale, che costituiva il metodo più efficace contro il ricatto e le intimidazioni.
Il periodo della Rivoluzione industriale coincide con un profondo cambiamento nell'ambito della politica economica. Si fa sempre più largo l'idea di una necessità di libertà del sistema economico, il quale spogliato dei legacci del passato avrebbe spiegato la propria piena potenza. Il liberismo economico, come è stato poi chiamato, prende le sue origini nel Settecento. Tra il 1760 e 1770 i fisiocrati in Francia esaltano i meriti della libertà economica e della concorrenza.

Nel 1776 Adam Smith (1723-1790) pubblica La ricchezza delle nazioni, nel quale esplicita come l'abolizione di restrizioni all'iniziativa privata avrebbe portato appunto la ricchezza delle nazioni al massimo grado. Dopo la sua morte, le idee di Smith, arricchite poi dai contributi che Thomas Robert Malthus (1766-1834) e David Ricardo (1772-1823) hanno portato al filone dell'economia classica, iniziano ad essere messe in pratica. Oltre al libero scambio, il liberismo sollecitava un minor intervento del governo nell'economia. La dottrina del laissez-faire - letteralmente “lasciate fare” - puntava proprio a un maggior grado di libertà dell'iniziativa da parte dai privati, senza che l'ingerenza da parte dello Stato la frenasse.

Questi forti cambiamenti indotti dalla Rivoluzione industriale, che intervengono sia nella società che nell'economia del tempo, si tradurranno in seguito anche sul piano filosofico e politico, con l'elaborazione di varie teorie fondamentali per l'Ottocento e il Novecento.

La Rivoluzione industriale: dalle "enclosures" alla macchina a vapore
A cura di LAPSUS (Laboratorio Studi Università di Milano):
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A metà del Settecento l’Europa conosce un periodo di espansione senza precedenti che va sotto il nome di “rivoluzione industriale”. Tra le cause di questo fenomeno, che prende piede inzialmente in Gran Bretagna e che cambia in maniera definitiva l’aspetto del mondo moderno e contemporaneo, possiamo indicare:

La grande espansione demografica nel corso del Settecento;
L’espansione della produzione agricola, grazie a nuove tecniche di coltivazione quali l’agricoltura mista;
La diffusione del sistema delle enclosures.

L’ampliamento dei mercati e dei commerci in Inghilterra, che si pone alla guida di questo cambiamento epocale, e il salto produttivo registratosi negli ultimi decenni del Settecento sono la diretta conseguenza della nascita dell’industria moderna, che si caratterizza per l’impiego su vasta scala di macchine azionate dall’energia meccanica, per l’uso intensivo dei combustili fossili come fonti di energia e di materiali che non si trovano in natura (come le leghe metalliche) e per la progressiva organizzazione del lavoro all’interno della fabbrica.

La Gran Bretagna arriva per prima al successo industriale anche per altri motivi (il mercato interno, il possesso di vaste colonie, lo sfruttamento delle rotte commerciali marittime, la disponibilità di manodopera e di capitali, il favorevole contesto politico) e per la diffusione di alcuni innovazioni tecniche (applicate in particolar modo al settore cotoniero e a quello siderurgico) che segnano un punto di svolta nell’industrializzazione mondiale. Dal procedimento del carbon coke fino alla macchina a vapore di James Watt (1736-1819), la Rivoluzione industriale può quindi espandersi in tutta Europa.

La seconda Rivoluzione industriale: Europa, Stati Uniti e Giappone
A cura di LAPSUS (Laboratorio Universita Studi di Milano):
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L’industrializzazione fuori dalla Gran Bretagna prosegue a ritmi diversi, condizionati dalla disponibilità di risorse, capitali e forza-lavoro. Negli Stati Uniti la crescita è vertiginosa, sostenuta da una massicca immigrazione dall’Europa (attratta dai salari più elevati e dalla dipsonibilità di posti di lavoro), dal rapido sviluppo dei trasporti per risolvere il problema della vastità del territorio statunitense, dalla spinta data dal governo all’industrializzazione, che, all’alba del nuovo secolo, fa degli USA la principale potenza industriale del mondo.

Dopo il 1850, anche le nazioni europee non coinvolte nella prima rivoluzione industriale si affacciano sulla scena del progresso: il loro ritardo è essenzialmente dovuto alla mancanza di carbone, che li fa dipendere quasi totalmente dalle importazioni. Le strade però sono diverse: la Svizzera punta soprattutto sull’elevata specializzazione delle proprie industrie, in grado di fornire merci di alta qualità e con alto valore aggiunto, mentre l’Italia - come in generale gli stati dell’Europa del sud - sconta, dopo l’unificazione del 1861, il ritardo della rete dei trasporti, l’arretratezza del sistema produttivo (in cui è ancora prevalente l’agricoltura), la limitatezza di capitali e di risorse naturali. Anche la Russia, paese ancora saldamente ancorato al sistema feudale, conosce una svolta significativa a metà dell’Ottocento: la sconfitta nella guerra di Crimea (1856) e l’abolizione della servitù della gleba (1861) sono i punti di partenza per lo sviluppo industriale, sostenuto con forza dal governo (ad esempio, con la costruzione della grande ferrovia Transiberiana presentato all’Esposizione Universale di Parigi del 1900).

Il Giappone infine, è l’unica nazione non europea ad affacciarsi sull’industrializzazione: la “restaurazione Meiji” (1868) promuove una riforma burocratica che abolisce il feudalesimo, favorisce l’importazione di tecnologie e la formazione all’estero della nuova classe dirigente. Al tempo stesso, l’iniziativa governativa sostiene l’impresa privata, che penetrerà nei mercati europei con la Prima guerra mondiale.

La prima rivoluzione industriale in Inghilterra trasforma drasticamente l’economia, la politica e la società dell’epoca, riversando ben presto le sue conseguenze anche sul resto dell’Europa.

La nascita dello stabilimento moderno, la divisione del lavoro, la nuova realtà delle macchine azionate dal vapore, i grandi agglomerati urbani sono i fenomeni più evidenti e rilevanti del nuovo sistema di produzione di beni e prodotti. Il mercato e la figura dell’imprenditore sono termini che, d’ora in poi, caratterizzeranno lo scenario degli eventi storici dell’Occidente, periodicamente attraverso da crisi di nuovo stampo, correlate agli squilibri tra domanda e offerta. La ferrovia, simbolo dell’espasnsione dell’uomo e dei suoi mercati, è il simbolo più rappresentativo della nuova epoca dei commerci e dell’industria.

L’espansione del fenomeno industriale in Europa mette da subito in rilievo le differenze tra il modello inglese, basato sui principi del liberismo economico, e il modello continentale, che adotta misure protezionistiche per salvaguardare lo sviluppo delle imprese nazionali. Belgio, Francia e Germania sono le prime nazioni che, in forme diverse, si pongono in scia alla Gran Bretagna nel moto di industrializzazione.


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Spostato: Ven Nov 25, 2016 11:43 am da zmassimo
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