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L'arrivo all'immortalità degli esseri viventi ...

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L'Atlante dell'Arte Italiana. Autori e Opere, Autori FMR
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Autore Messaggio
Fondaz. Marilena Ferrari

Ospite















MessaggioInviato: Ven Dic 08, 2006 8:19 am    Oggetto: Note L'Atlante dell'Arte Italiana. Autori e Opere, Autori FMR
Descrizione: Rinascimento e Luoghi del sacro. Italia antica, miti, memorie, visioni. La giusta distanza
Rispondi citando

Rinascimento sacro
di Vincenzo Castella

Ciò che più amo della fotografia è il suo carattere EMPIRICO - INDAGATIVO – DUBITATIVO; è come fosse una macchina straordinaria per immaginare e intravedere il volto complesso, intrigato e sempre sfuggente della realtà.
Non ci sono storie da raccontare ma, forse, modelli da immaginare, visioni da restituire.
La fotografia è il linguaggio più idoneo per ascoltare la realtà come l’insieme di quello che puoi vedere e di quello che non puoi vedere.
La fotografia non si realizza scegliendo il frammento, ma piuttosto invocando la partecipazione simultanea di miriadi di dettagli, impressioni, incidenti, fatti, corpi che si ristrutturano come una cosa nuova in un nuovo quadro la cui dinamica e logica gerarchica non possiamo controllare completamente.
È come confrontarsi con il “tempo reale” cinematografico “montato in macchina” in un unico quadro di lavoro.
La fotografia ha la proprietà di associare tutti i tempi e tutti gli spazi.
Non appena ci si “sporge”, la possibile visione evapora e si mostra solo se stessi: più l’autore cerca l’imposizione del risultato più in qualche modo esso diventa il frutto di una sovrascrittura di suoi preconcetti.
Il mio approccio ha cercato di condividere simbolicamente i presupposti delle discipline forensi, creare e organizzare i piani visivi come documenti per ricostruire identità ed eventi, la prova della vita a partire dal trauma e la perdita del corpo… e il velo atmosferico.
Fotografare significa comprendere la polvere che ti separa dalla cosa che stai guardando: è solamente quello, il colore della polvere dell’aria che colora tutto il resto.
La cosa più importante per me è questo meccanismo, non la ricerca estetizzante del singolo colore. In questo mio progetto sul “Rinascimento Sacro Italiano” la direzione verso la quale ho rivolto lo sguardo è un punto equidistante tra la scultura, la pittura e la polvere.
La quantità di tempo che la ripresa necessita è pari alla quantità di tempo indispensabile per fare accadere dei cambiamenti sulla scena.
Anche in apparente immobilità, nel frattempo i cambiamenti della luce si sommano.
Mi piacerebbe poter cogliere sempre di più il tempo dentro l’immagine.
Ogni fotografia è per me nuova: non è una variante di se stessa ma un “fatto nuovo”, né riproduzione né rappresentazione, né realtà né il suo opposto.


Luoghi del sacro
di Pino Musi

Lo spazio del sacro è un tema che da sempre accompagna il mio lavoro: o meglio, la sacralità del luogo, quella sua possibilità di essere altro rispetto all’esperienza ordinaria della vita.
Da Notre-Dame du Haut a Ronchamp di Le Corbusier alla “Caplutta” a Sumvitg di Peter Zumthor, l’architettura sacra moderna è stata il laboratorio in cui ho saggiato il punto di fusione perfetto tra architettura e fede, tra una misura che leggiamo come prevalentemente estetica e le sue motivazioni valoriali primarie ed essenziali.
Questo viaggio tra i luoghi che hanno segnato la fondazione dello spazio cristiano, la sua definizione come apparato complesso di senso in cui tutto concorre, dalla totalità al dettaglio, all’affermazione intellettuale ed emotiva della fede, è stato in questo senso illuminante.
Ho portato la sensibilità dalla cultura contemporanea in quella degli inizi. Per verificare una continuità, la trama dei mille rapporti che legano quei luoghi ai nostri: soprattutto, per cogliere quel carattere unificante che è l’altro dallo spazio trionfante di luci del rinascimento e del barocco, che è impastato di intimità e d’ombra, di meditazione e di contemplazione; che è fede individuale e consapevolezza di una comunità che tra quei muri, tra quelle immagini si riconosce.
Anche il trionfo di colori di Monreale e di Ravenna non è, alla fine, diverso dalla misura umanissima di Torcello o di Santo Stefano.
Un popolo, un popolo di credenti, costruisce la sua scala di Giacobbe, che va dalla terra al cielo e dal cielo alla terra. E lo fa costruendo, ovvero dando una dimora al sacro, al trascendente. E lo fa riempiendo quella casa di racconti e di simboli, così che tutto parli del patto tra l’uomo e Dio.
Notre Dame du Haut di Le Corbusier è il tetto – la conchiglia – e la luce. La chiesa di Mogno e la cappella del Monte Tamaro di Mario Botta sono pietre carezzate dalla mano dell’uomo, sono aperture che guardano il cielo.
Ed è lo stesso cielo metafisico degli ori siciliani e ravennati, ed è la stessa luce che si affaccia dal tetto umile e potente di Santa Maria in Cosmedin, è l’ombra di Sant’Ambrogio.
Questo ho riconosciuto nei segni del passato, le radici di una cultura che continua a vivere in noi, non per puro esercizio di memoria ma nella vita e nell’esperienza vissuta.
E ho ragionato su una radice ancor più profonda, che ha evocato in me un’espressione felicissima del grande antropologo André Leroi-Gourhan. Egli ha scritto che nei santuari paleolitici “si trova, simbolizzata da personaggi umani o animali, una certa immagine dell’ordine universale. I templi sono allo stesso tempo dei microcosmi e dei pantheon. […] L’uomo non può comprendere e padroneggiare che attraverso i simboli della creazione”.
La casa del divino e i segni umani e animali. Lo spazio sacrato e le figure narrative, gli apparati e i simboli. Tutte le case del divino, in ogni luogo e a ogni latitudine, condividono in effetti da sempre queste caratteristiche.
Ma la nostra cultura è quella greca e romana, è anche quella della regalità del divino che vive nell’oscurità potente del naós e tra le colonne alte della basilica.
Ed è quella di una luce insieme fisica e metafisica.
La mia fotografia vive di quella luce e del tempo sospeso dell’attesa, ritrovando nelle armonie e nelle dissonanze del luogo sacro l’energia per farsi scrittura.
Questo tempo reiterato, lontano da ogni suggestione gestuale di una idea di fotografia affabulata dall’attimo fuggente da “catturare” a tutti i costi, quasi come se il tempo fosse preda e il fotografo cacciatore,
si pone parallelo al tempo della meditazione, della preghiera.
È come se il luogo sacro esigesse rispetto per un tempo di elaborazione di uno stato d’animo di fede, che è poi lo stesso tempo teso e “in crescendo” che esige uno scatto fotografico cosciente.
“La forma di una cosa è come una luce, tramite la quale questa cosa è conosciuta”, si legge in Severino Boezio.La forma della chiesa cristiana è, appunto, forma per eccellenza. Perfettamente divina perché perfettamente umana.


Italia antica
di Pino Musi

Mettersi, alla maniera dell’incisore antico, sulle vie del Grand Tour. È un lavoro che cavalca il tempo a ritroso, costruendo distese vive di memoria, cataloghi di voci, di scavi attenti. Per vivificare le luci che diedero vita alle ombre.
L’esperienza è straordinaria, oggi, non tanto e non solo perché l’idea stessa di monumento e di paesaggio che ci portiamo dentro nasce da quelle visioni, da quelle esperienze, ma anche perché su di esse la nostra cultura contemporanea ha costruito l’idea stessa di bellezza artistica.
Nella ricerca contemporanea l’autore di fotografia è spinto, inevitabilmente, a identificare e sviluppare un nuovo punto di vista e a elaborarlo sino a farlo diventare linguaggio, specificità espressiva. Ciò avviene, di norma, evitando di percorrere le vie già note, di posare lo sguardo sui motivi la cui stessa importanza storica, moltiplicata all’infinito dal consumo turistico, ha fatto sì che il processo di stereotipizzazione – quello per cui importa assai più riconoscere che conoscere davvero, per cui la cosa fondamentale è apporre la giusta didascalia a ciò che si sta vedendo e non lo stesso guardare – abbia logorato, svuotandola, la bellezza dei luoghi.
Sottrarsi allo stereotipo, a quel déja-vu caleidoscopico che ottunde la coscienza dello sguardo, è una sorta di cautela necessaria, di necessità che la massmedializzazione dei monumenti ha imposto.
Eppure. Eppure quei luoghi sono quelli della nostra stessa civiltà, e quelle forme sono quelle su cui il nostro concetto di bellezza si è fondato e si è formato. Cosa accade se la ricerca del bello necessario, della durata e dell’intensità dell’immagine, di cui sono da sempre in cerca, si misura nuovamente con le sue premesse ultime? Cosa accade se io, autore di oggi, misuro la mia continuamente rinnovata e verificata ipotesi di bellezza sui paradigmi storici della bellezza che riconosco immortale? Perché immortale, questa bellezza, è certamente, se ha saputo fondare un mondo e poi sopravvivere tanto all’offesa dei secoli quanto a quella della sua cartolinizzazione, del guardare usa-e-getta tipico dell’oggi.
Mi sono dunque messo in viaggio. Portando con me tutte le certezze e le sapienze d’immagine che ho maturato, ma anche i dubbi, le ipotesi, le perplessità, le istanze critiche che rendono la mia esperienza una continua, estrema scommessa. E ho guardato il Colosseo e Paestum, la Valle dei Templi e i Fori. Scrutando e dibattendo con me stesso tutta l’eredità low che li ha patinati d’abitudine e di educata indifferenza, e alimentando questa analisi con la riflessione storica intorno al fatto che un mito si è impastato a queste pietre, fatto di altra arte e di letteratura, di storia e, in generale, di civilizzazione. E cercando di ritrovare, al fondo, una sorta di fede, così ben espressa anni fa dal poeta Ghiorgos Seferis: “In altri termini occorre, io credo, una fede in questi antichi segni entro il loro paesaggio: la fede che essi abbiano un’anima.”
Delucidare. Questa parola mi ha accompagnato, come un motivo di riflessione profondo, per tutto il viaggio. Ovvero prendere coscienza estrema della trama fittissima di condizioni e di precognizioni che si attivano nel momento stesso in cui mi pongo davanti al monumento. E attuare, nel tempo compatto e teso in cui si svolge il processo concentrato delle scelte, quello che fa emergere l’immagine dal magma dei possibili, un’opera di pulizia da tutte le retoriche, da tutti i luoghi comuni, da tutti i saputi non necessari. Per ritrovare, infine, la ragione autentica della bellezza di quei segni, per ascoltare davvero la loro anima.
Ecco che dunque il mio personale Grand Tour ha assunto una misura diversa di tempo e di spazio, si è fatto confronto con l’antico, capace di vedere nuovamente, di porre le domande giuste alle forme, alla luce, al luogo. Di sapermi moderno proprio perché consapevole di questa antichità, delle sue ragioni, dei suoi cromosomi.
Ha scritto Fernando Pessoa che “i viaggi sono i viaggiatori, ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo”.
Tappa dopo tappa, assaporando ogni volta il peso specifico dei luoghi, ho letto la continuità che conduce dall’architetto di Agrigento a Le Corbusier, dall’artefice della Tomba di Cecilia Metella a Mario Botta, da loro mediterranei a noi mediterranei.
Ho decifrato la misura, e intuito la dismisura: perché la verità vera, ci ha ricordato Juan Ramón Jiménez, è che “el infinito / está dentro”.


Mito, memoria, visione
di Luca Campigotto

Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
Josif Brodskij

Città eterna. Autentico inizio del mondo occidentale. Caput Mundi. Grandiosa e indomita, raffinata, violenta e persino folle – Roma è stata la capitale di ogni antico miraggio.
Infinite guerre di conquista e magnificenza architettonica. Culla del diritto e barbarie incanalata nei circhi coi leoni. Crogiolo di razze, lingue e religioni. Impero spietato, ma anche
saggio amministratore di terre sconfinate e quasi incognite…
Nel cuore, ho ancora la Roma conosciuta attraverso le illustrazioni del sussidiario delle elementari.
Colonne e gladiatori. Guerre puniche, falangi e centurie. L’alloro di Cesare e il pugnale di Bruto.
Marco Aurelio a cavallo. Le battaglie nelle foreste germaniche, l’assalto alla Britannia. Antonio e Cleopatra a bordo di una galera sul Nilo. Costantinopoli e l’impero che si spezza. Il grande incendio, la calata dei barbari, la fine. Purtroppo, malgrado molti anni di studi storici, la memoria è frammentata e tutto scorre confusamente. Dell’insegnamento di Fernand Braudel – la Storia vive con gli occhi della cronologia e della geografia – ho trattenuto solo la parte che mi spinge
a viaggiare.
Mi sono dedicato alla fotografia di paesaggio perché amo immensamente vedere i luoghi. Partire, camminare, perdermi. L’attrazione fatale per tutto quel che è lontano mi porta a fantasticare le architetture che fotografo, come se così potessi finalmente impossessarmi di epoche che non mi appartengono. Questa lunga esplorazione dell’eredità di Roma è stata l’occasione per un’altra avventura nel tempo. Un nuovo confronto con la dimensione mitica dello spazio e la sfida della sua conseguente rappresentazione non solo documentaria ma, soprattutto, evocativa e iconica.
Roma e ogni sua vestigia sparsa nel vecchio mondo dicono di un’idea di bellezza che fa tutt’uno con l’idea di potenza. E proprio nelle pietre che resistono tenacemente ho cercato una visione potente delle cose. Acquedotti giganteschi, mura invalicabili, templi, colonnati, archi, strade, ponti, statue, cippi. L’archeologia mi restituisce lo sguardo stupito di quand’ero bambino e scatena la fantasia. L’incanto solitario delle rovine echeggia la grandezza del passato. L’erba selvatica bisbiglia tra i ruderi “forza e onore”, il motto della legione romana, e infonde allo scenario un senso eroico. Specie di notte, i disegni del vecchio sussidiario tornano ad animarsi, si confondono
a incubi piranesiani e suggestioni di film peplum. La fotografia è la mia macchina del tempo.


La giusta distanza
di Gabriele Basilico

Quando lo sguardo si estende e si dilata nello spazio fisicamente delimitato, è naturale che le persone, i gruppi, e anche il traffico vengano “assorbiti” dal paesaggio, in lontananza, come è sempre accaduto fin dalle origini della fotografia e, ancor prima, nella pittura di genere. Da quando la fotografia esiste, non ha mai smesso di essere un efficace strumento di misurazione del mondo. E anche quando i percorsi e l’evoluzione della ricerca in campo artistico hanno messo in discussione la sua attitudine documentaria, la fotografia non si è mai completamente liberata del suo valore simbolico di testimonianza.
Penso che, da quando il mondo si è messo a correre più velocemente, realtà e immagine del mondo si siano sovrapposte e amalgamate in un insieme quasi indistinguibile. Da un certo punto della storia in poi, il mondo ha coinciso con la propria immagine.
Nelle mie fotografie non ci sono ritratti di persone e l’uomo è quasi sempre assente, tranne che nelle visioni d’insieme o nelle riprese che inquadrano campi molto larghi e distanti, dove inevitabilmente le figure si confondono con il lontano. È una mia scelta di campo quella di affidare all’architettura e al contesto il compito di esprimere in modo reale e simbolico, come se ci fosse una delega virtuale, i contenuti sociali che l’obiettivo vuole registrare.
La questione dello spazio ha fin dall’inizio attraversato il campo operativo e mentale della mia fotografia. Sia che si tratti di architettura, di monumenti classici, di edifici moderni e contemporanei, di paesaggi, di ampie vedute panoramiche o di periferie urbane, il rapporto con lo spazio è stato e continua a essere un’esperienza insostituibile dello sguardo per costruire l’immagine che lo interpreta e che lo rappresenta. Mi rendo conto che può sembrare un po’ riduttivo rinviare la complessità, la storia e la bellezza di ciò che sta davanti ai nostri occhi a un problema di spazio, ma nello spostamento che il corpo del fotografo compie sul terreno alla ricerca del giusto punto di vista, per definire i limiti dell’inquadratura e per cercare la giusta distanza nei confronti del soggetto, c’è la consapevolezza di un gesto semplice, radicale e decisivo: quello di escludere ciò che sta fuori e di riordinare ciò che sta dentro. La ricerca del punto di vista e della giusta distanza dal soggetto sono quindi una scelta semplice ma fondamentale per il progetto fotografico, nel pieno rispetto delle regole prospettiche che allo spazio danno forma.
È vero che la rappresentazione prospettica imprime un grande valore simbolico allo spazio in funzione del punto di vista e della distanza dal soggetto.
È anche evidente che la prospettiva centrale monumentalizza uno scenario urbano, per esempio con edifici disposti simmetricamente ai lati di una strada, come quinte teatrali. Per contro, la rappresentazione prospettica “accidentale”, quella con due punti di vista disposti sull’orizzonte, permette, attraverso la visibilità o l’impedimento visivo dei punti di fuga, un senso di continuità spaziale, come di uscita da un labirinto o la sua negazione: l’architettura chiusa in se stessa.
Al di là del rispetto per la riconoscibilità dei luoghi, pilastro irrinunciabile della fotografia che utilizza il linguaggio documentario fin dalle origini, la libertà compositiva – intesa anche come opzione di rappresentazione dello spazio – è per me il dispositivo protagonista che guida la costruzione geometrica dell’immagine. Ma è non solo una testimonianza “fedele” della realtà, bensì la sua interpretazione soggettiva. È il dialogo sensibile che oscilla tra questi due aspetti che dà all’opera del fotografo una specifica identità. Una spazialità conchiusa o una spazialità fluida sono quindi due varianti di una rappresentazione che racconta il luogo reale, ma soprattutto il luogo interiore che l’autore vuole sovrapporre e far coincidere a quello reale.
Ponendomi di fronte a queste architetture, considerate la quintessenza della misura rinascimentale, ho scelto di applicare tale libertà compositiva a soggetti di densissima identità: densa per le implicazioni di cultura che essi portano in sé, densa per i riverberi di pittoresco che lo sguardo turistico odierno vi proietta.
Ma le forme dell’architettura sono prima di tutto, in questo caso, “la” forma, e il momento germinale in cui la prospettiva prende a esistere e ha generato l’idea stessa di visione, e dunque anche la fotografia.
Questo mio Rinascimento è dunque anche un modo per riflettere oggi, nella misura concreta dell’esperienza dei luoghi, sulle ragioni più profonde dello spazio e della rappresentazione, come “un pensiero che – ha scritto Carlo Emilio Gadda –, traverso fortune, non intermetta dall’essere eterno”: ma anche come pensiero ogni volta ripensato, e ogni volta ritrovato, concretamente, in un’immagine.

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Spostato: Dom Dic 18, 2016 5:54 am da zmassimo
da Eventi, anniversari, ricorrenze, feste, Oroscopo, Tarocchi, Calendari vecchi, attuali, Anno Nuovo. Biglietti, Cartoline, Foto standard e virtuali a Storia Dei Secoli. Antico e moderno: cultura, arte, pittura, scultura, mitologia, musei, disegno, libri, poesia, fotografia, modelli, collezioni, mode
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MessaggioInviato: Ven Dic 08, 2006 8:19 am    Oggetto: Adv






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